martedì 31 dicembre 2019
sabato 30 novembre 2019
Da Tonga alla Nuova Zelanda - novembre 2019
È la prima volta che ci rechiamo a Nuku’alofa, la capitale del Regno di Tonga. Avvicinandoci agli atolli che formano il gruppo di Tongatapu, il colore dell’acqua con la sua dominante verde ci conferma che siamo scesi più a sud e anche la trasparenza ne risente.
Qui ci prepareremo per la traversata verso la Nuova Zelanda, poco più di 1.000 miglia di oceano con la possibilità di una sosta a Minerva Reef Nord, un anello di corallo senza terra emersa, accessibile tramite una pass sul lato nord-ovest. L’atollo offre un discreto riparo dalle onde dell’oceano, anche se con l’alta marea si balla abbastanza, ma soprattutto la sua posizione a 250 miglia di navigazione da Tongatapu, consente la verifica della finestra meteo per la Nuova Zelanda. A queste latitudini le condizioni meteo sono caratterizzate da un’alta variabilità dovuta al continuo passaggio di depressioni.
Per questa traversata ci raggiungeranno Matteo e Corinna che, da poco sposini, si sono finalmente concessi un po’ di tempo per loro, per navigare e per esplorare la terra dei Kiwi.
Purtroppo da casa arrivano cattive notizie sullo stato di salute della mamma di Anna che decide di rientrare appena possibile. Il dispiacere è tanto, per la mamma ovviamente, ma anche perché ci dobbiamo separare in un momento così doloroso e perché non potrà navigare con Matteo e Corinna, cosa che aspettava da tempo. Prima di lasciarci vuole che la ZoomaX sia pronta per partire e che Corinna non debba occuparsi della cambusa, già avrà due belve da gestire quando invece dovrebbe essere in luna di miele!
Con Matteo ci occupiamo ancora di riempire i serbatoi del gasolio, cosa non facile da queste parti, dinghy, taxi e taniche ci consentono di risolvere la questione con un solo giro; 280 litri ci bastano per ricostituire il pieno.
Il giorno dopo sbarchiamo sull’isoletta che presenta una vegetazione fittissima con al centro una luce di segnalazione per la navigazione. La plastica dove la corrente si placa, è abbondante, chiaro segno della vicinanza al centro abitato. Tra questa c’è una bella barra di teflon che non mi lascio certo scappare.
La premura dimostrata dall’equipaggio della lancia ci invoglia, il giorno seguente, a sbarcare sull’isola di ‘Atata.
C’è
un resort chiuso e un piccolo villaggio. Prima di andare in esporazione, riusciamo comunque a prendere una birretta locale e a scambiare qualche piacevole parola
con la gestrice del resort che ci racconta come una volta la proprietà fosse
italiana.
Il villaggio è costituito da una manciata di case costruite ai lati di un viale erboso. Ci sono anche un paio di scuole per i più piccini e i ragazzini, timidi ma incuriositi, scambiano qualche parola con noi. I giardini sono curati e ci sono anche un rustico campo da calcio e l’immancabile chiesa.
Nei giorni successivi il tempo continua a essere mediocre riservandoci anche qualche goccia d’acqua. Decido di approfittarne per dare un’altra spazzolata alla carena, il tempo scorre e la vita acquatica ha già voglia di colonizzarla nuovamente. Le autorità neozelandesi richiedono espressamente che questa sia pulita al massimo un paio di settimane prima di partire per il loro paese e qui la finestra meteo non si fa vedere…
Ci spostiamo al Pangai Motu dove ci sono la maggior parte di barche che hanno in programma di traversare verso la Nuova Zelanda. Sul motu c’è una specie di Yacht Club, Big Mama, che offre alcuni servizi ai naviganti tra i quali la navetta per il paese.
Il 25 decidiamo di fare l’uscita da Tonga e le ultime spese. Arditamente scegliamo lo Zoomaxino per spostarci. Dico arditamente perché Matteo ed io proprio pesi piuma non siamo. Nonostante tutto anche in tre riusciamo a planare, coprendo il miglio e mezzo che ci separa dalla città in un baleno e senza bagnarci!
La serata ci offre un colpo di vita con la festa di compleanno del figlio di Big Mama organizzata anche per finanziare la sua attività di triatleta. È l’occasione per fare due chiacchiere con gli altri naviganti e condividere i programmi. È deciso, si parte!
Il 26 ottobre alle salpiamo alla volta di Minerva Reef, 250 Miglia da Tongatapu, passando per la pass Ovest a lato dell’isola di ‘Atata. C’è un po’ d’aria e con randa piena e genoa, sfiliamo nelle acque protette tra l’isola e il reef a 9 nodi. Magari fosse tutta così!
Una volta in oceano il mare si ingrossa, anche più del previsto e facendo due conti ci accorgiamo che stiamo andando troppo forte per un atterraggio con buona luce. Matteo propone di ridurre generosamente vela, non siamo in regata e già la bolinazza larga in questo mare ribollente ci shakera a sufficienza. Prendiamo due mani di randa e in prua la trinchetta fa la sua apparizione. Nonostante ciò a un certo punto della notte tra il 27 e il 28 ottobre chiudiamo la trinca, non vogliamo arrivare alla pass al buio. In avvicinamento, ancora avvolti dalle tenebre, Minerva Reef ci riserva uno spettacolo speciale. Siamo letteralmente in mezzo all’oceano e vediamo davanti a noi un chiarore diffuso, come se ci fosse un abitato. Sono invece le luci di fonda delle barche già presenti all’interno dell’atollo. Poco dopo l’alba diamo fondo su 16 metri, su fondo sabbioso con numerose teste di corallo.
Il giorno seguente la comunità dei Minervini diventa assai corposa. Ci saranno una trentina di barche. Anna da casa ci fornisce due volte al giorno degli aggiornamenti meteo più elaborati rispetto ai grib che riusciamo a scaricare in barca. Le previsioni continuano a farci vedere vento sostenuto sul naso, meglio aspettare ed esplorare per quanto possibile quest’incredibile luogo.
Si fanno gite sul reef che con bassa marea è ricoperto da una lamina d’acqua di non più di 5 centimetri. Con marea crescente invece, questa diventa come un fiume che dirige verso l’interno per riempire l’atollo. Lo spettacolo offerto da questa natura ha dello stupefacente. La comunità prende l’abitudine di ritrovarsi sul reef per l’aperitivo mentre c’è chi si diverte con il kite-surf o snorkela lungo la parete interna del reef che è ricchissima di pesci niente affatto intimoriti dalla rara presenza umana.
I due piccoli centri depressionari formatisi tra due alte pressioni, si spostano molto lentamente e ci fanno intravedere una finestra che preannuncia bolina e poi bonaccia…il mare, per fortuna, da mosso dovrebbe calmarsi.
Il primo di novembre si parte per la Nuova Zelanda! La comunità di naviganti salpa l’ancora ed in fila indiana torna in mare aperto attraverso la pass di Minerva. Il convoglio è straordinariamente numeroso. L’instabilità delle condizioni meteo di queste ultime settimane ha indotto molte barche a sfruttare questa finestra per allontanarsi dalla fascia tropicale, dove proprio da oggi inizia ufficialmente la stagione dei cicloni. Il traffico è intenso, non solo da Tonga, ma anche da Fiji e dalla Nuova Caledonia.
La giornata è buona, il vento allegro. Appena fuori dalla pass caliamo la traina che dopo pochi minuti ci regala un bel barracuda. Io non amo particolarmente la carne del barracuda ma quello pescato in mare aperto è decisamente più saporito. Nuotare per procacciarsi il cibo gli fa bene! Matteo si dedica alla sua sfilettatura che, a barca sbandata, non è una delle operazioni più comode.
Il 3 novembre il mare è ancora importante e piuttosto incasinato, la direzione del vento ci costringe ad un bordo fuori rotta, sarebbe perfetto se dovessimo andare a Sydney! Lo sapevamo e non disperiamo, presto girerà. Corinna, nonostante la navigazione scomoda, ci prepara dei meravigliosi filetti di barracuda al forno con lime e olio extravergine, ottimo!
Il giorno seguente la prua della ZoomaX smette di battere, non vediamo più nessuna barca sull’AIS, il vento cala ed infine si spegne. Decidiamo di accendere il motore e far rotta diretta su Opua. Volvo ci terrà compagnia…per 51 ore. Non avremo più vento mentre il mare diventerà lentamente un olio.
L’attività
principale è la traina e ben due tonnetti ci cascano. Il primo con carne molto
rossa e parassitato dall’Anisakis. Matteo ne elimina la parte ventrale pulendo
il più possibile il resto. La cottura avrà l’ultima parola. Il
secondo è un ala lunga dagli occhi grossi che risulterà intatto e ci darà
grosse soddisfazioni al palato.
Degna di nota è l’encomiabile dedizione alla panificazione che Corinna mantiene anche durante le lunghe ore “rumorose”, indubbiamnte spinta dallo sforzo profuso da Matteo affinché il pane non faccia in tempo a diventare gommoso. Ripreso per questo, si avventurerà in una sfida all’ultimo lievito… la perderà.
Avvistiamo la
costa della Nuova Zelanda mentre navighiamo in questo mare calmo a motore e vela; evitiamo per poco un frontale con una balenottera,
probabilmente una Sei, che dopo la virata di entrambi, sfila a non più di un paio di metri. Speriamo di incontrare anche le orche, che si avvistano di frequente in questa zona, ma non siamo fortunati.
L’ingresso nella Bay of Island è sempre emozionante, significa che si è arrivati; questo è anche il punto in cui atterrarono i polinesiani a bordo delle loro famose canoe, i primi a colonizzare questa terra.
Prima del tramonto del 6 Novembre ormeggiamo all’affollato pontile della quarantena di Opua, rispettando i tempi comunicati a Maritime Radio per il nostro arrivo.
Mio cugino Davide, col quale navigherò fino a Whangarei, è già arrivato. Purtroppo non potrà salire a bordo finché le pratiche d'ingresso nel paese non saranno terminate, se ne riparlerà domani.
La clearance fila liscia: poco del cibo delle scorte di bordo finirà nell’inceneritore, la pulizia della carena, documentata con un video, sarà ritenuta soddisfacente, la visita su tutti i letti di una scodinzolante labrador nera dalle zampe infagottate, non rileverà nulla di eccepibile.
In contemporanea Davide si occupa di trovare un ormeggio al Marina che occuperemo di lì a poco. Finalmente ci si abbraccia.L’indomani Matteo e Corinna sbarcheranno per salire a bordo di un mini-van affittato per girare il paese via terra e proseguire la luna di miele, questa volta tutta loro.
domenica 20 ottobre 2019
Tonga: Niuatoputapu, Vava'u, Ha'apai e Tongatapu
Ci fermiamo una settimana a Niuatoputapu. La laguna, con le sue sfumature di turchese, è bella da vedere ma l’acqua è torbida, lo snorkeling poco interessante. Bisogna uscire dalla pass, dove, sul lato sud, ci sono delle belle formazioni coralline e l’acqua è limpida ma ovviamente c’è un po’ di onda.
Nel 2009 l’isola è stata colpita da uno tsunami che ha mietuto 9 vittime e distrutto buona parte dei villaggi. Le casette ricostruite più in alto (salvo qualche eccezione) dimostrano l’estrema essenzialità della vita di ques’isola remota di Tonga. Maiali e galline, a centinaia, circolano liberamente per strade e campi. Quasi tutte le case hanno un giardino con alberi da frutta, papaye, frutti del pane, molti gli orti dove si coltivano prevalemente tuberi, in particolare il taro e la tapioca, ma anche zucche, bietole e qualche pomodoro. Le piante di mango sono gigantesche, peccato non sia stagione.
Un ripido sentiero ci conduce in cima alla montagna, la vista da lì è notevole.
Lefai ci porta anche a vedere una sorgente di acqua dolce dove si può fare il bagno. Ci racconta dello tsunami del 2009 che ha portato dolore e distruzione, 9 i morti, tra cui suo papà, tante le case spazzate via. Ci dice anche che sua moglie in questi giorni ha partorito il sesto figlio. Hanno però deciso di affidarlo alla sorella di lei, che non può avere figli. Questa si che è generosità! Pare sia una pratica comune a Tonga.
Domenica partecipiamo alla messa e dopo Lefai ci invita a pranzo a casa sua. Insieme a noi ci sono Tim e Nancy di Larus. Troviamo una tavola apparecchiata soltanto per noi quattro, come da tradizione polinesiana, mangiano solo gli ospiti. Lefai comincia la distribuzione del cibo, carne di maiale, taro e patate dolci, involtini di foglie di taro ripiene con carne di pollo e maiale. I bambini e la nonna assistono seduti per terra. Soltanto al termine del pasto riusciamo a coinvolgere tutti offrendo i dolci che abbiamo portato.
Pur vivendo su una barca a vela, i bamibini per divertirsi fanno due bordi con il tender |
A differenza del 2013, quando la nostra visita si limitò al gruppo di Vava’u (vedi relativi post https://sy-zoomax.blogspot.com/2013/11/from-kingdom-of-tonga-to-new-zealand.html e https://sy-zoomax.blogspot.com/2013/10/tonga-regatta-vavau.html), questa volta intendiamo riservare più tempo agli arcipelaghi più remoti del regno tongano.
Prima però approfittiamo delle buone condizioni meteo per fare tappa a Blue Lagoon (quale paradiso tropicale non ha la sua Blue Lagoon?), un ancoraggio precario per la sua esposizione alle onde oceaniche, ma contraddistinto da colori da cartolina.
Alla successiva perturbazione andiamo a ridossarci nella rada di Tapana, dove ritroviamo Maria ed Eduardo, una coppia di naviganti spagnoli che 30 anni fa si stabilirono su quest’isola ed aprirono un ristorante dove si possono gustare le migliori tapas di tutto il Pacifico e l’immancabile paella! Ed è proprio a Tapana che in una giornata uggiosa un’imponente comunità di naviganti si ritrova per un pic-nic. Sono gli equipaggi di sette barche più i padroni di casa, eccezionalmente tutti di origine latina: 6 spagnoli, 6 brasiliani, 2 italiani (noi). C’è solo un’eccezione, una ragazza scozzese, compagna di uno dei brasiliani. Si comunica con un idioma ispano-italo-brasileiro,. A memoria di Maria non si era mai visto un numero così elevato di equipaggi latini contemporaneamente a Tapana. La giornata è allegra e naturalmente molto rumorosa!
Prima di spostarci ad Ha'apai, il gruppo di isole a sud di Vava’u, ripassiamo da Neiafu dove assistiamo casualmente ad una cerimonia funebre. Oltre alla musica toccante, suonata dal vivo, che accompagna il corteo, sono indubbiamente le ta’ovala indossate da famigliari ed amici in segno di rispetto verso il defunto, ad attirare la nostra attenzione. Se nella vita quotidiana sono piccole stuoie che vengono legate in vita, come dei gonnellini, in questo caso invece sono dei veri e propri tappeti che ricoprono interamente il corpo ed il capo.
A Neiafu ritroviamo anche Mario, il proprietario italiano del ristorante Bellavista. Passiamo serate piacevoli ad ascoltare i racconti della sua vita da emigrato. La sua è una prospettiva interessante: sposato con una donna del posto da cui ha avuto due figlie, quindi profondamentente integrato nella società tongana, continua tuttavia a studiarla con uno spirito da osservatore esterno, evidenziandone pregi e difetti con grande lucidità. Ci diletta con le sue analisi acute e spesso ironiche, il tutto mentre assaporiamo una buona cucina italiana preparata e presentata con una cura inusuale in questa parte del mondo.
Il 25 settembre ci trasferiamo ad Ha’apai. Salpiamo all’alba da Ovalau per atterrare a Nukunamo, dopo una veleggiata di una decina di ore assieme ed un nutrito gruppo di barche. Il vento è debole ed il mare calmo, teniamo gli occhi aperti per avvistare le balene che vediamo in buon numero saltare fuori dall’acqua ma, purtroppo, tutte lontane da noi.
Dopo quasi tre giorni di viaggio dall’Italia, via Singapore-Auckland-Tongatapu, salgono a bordo le amiche Alessandra e Monica. Aspettiamo l’aereo a turboelica in arrivo dalla capitale, ancorati proprio davanti al piccolo aeroporto e con grande sollievo lo vediamo atterrare. Il logo della compagnia aerea tongana non ispirava grande fiducia.
Si presentano con 4 valige, Paolo non nasconde la sua disapprovazione ma cambierà idea non appena vedrà quante prelibatezze di casa nostra sono state abilmente sottratte ai controlli doganali.
Tre amiche di vecchia data, anzi di una vita, che si ritrovano dopo oltre un anno di lontananza, provocano un notevole cambiamento nella normale routine di bordo. Tante novità da raccontare, gioie e dolori da condividere, consigli da chiedere...le parole scorrono come fiumi in piena.
Il capitano sopporta con pazienza e quando sente il bisogno di un po’ di silenzio parte e va a farsi una lunga nuotata. In realtà spesso partecipa volentieri anche lui alla conversazione, e porta il contributo del punto di vista maschile.
Nel frattempo esploriamo l’arcipelago Ha’apai, da nord a sud.
La prima tappa è a Nukunamo, siamo ancorati davanti ad una finta pass tra due isolotti.
Al centro crescono rigogliosi coralli alimentati dall’incessante ritmo della corrente di marea. Anche i pesci non mancano e tra questi un bel esemplare di squalo leopardo se la dorme sulla sabbia finché Paolo non decide di andarsi a sdraiare di fianco a lui. Lo squalo lo guarda perplesso e se ne va via con due colpi di coda.
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Il coral garden disegnato da Alessandra |
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La pass con le mante, disegnata da Alessandra |
Con il tempo ancora incerto ci spostiamo a Uonukuhahaki.
Quando finalmente torna il sole dirigiamo verso il gruppo di isolette più piccole ed i reef che bordano il lato sud di Ha’apai. A Lekeleka l’ancoraggio è spettacolare sembra di essere fermi in mezzo al mare.
L’acqua, calma in superficie, grazie all’imponente barriera corallina che ferma le onde, appena sotto è un turbine di correnti di marea. Nuotare risalendo la corrente è frustrante, ogni metro viene conquistato a fatica, ma la ‘discesa’ è una delle sensazioni più belle che si possa provare, sembra di volare nella trasparenza dell’acqua cristallina, sorvolando in velocità le formazioni coralline ed i pesci che le abitano.
Ci fermiamo anche a Nomuka, circa 15 miglia più a sud.
Come direbbe Monica, anche quest’isola ha una spiaggia da protocollo e meriterebbe una sosta più lunga, ma il tempo stringe, e non vogliamo perderci Kelefesia, ultima tappa prima di arrivare a Nukualofa, da cui Monica e Alessandra ripartiranno.
Le Ha’apai ed in particolare Kelefesia costituiscono, insieme alle Gambier e a Suwarrow, uno dei motivi per cui abbiamo rifatto mezzo giro del mondo per tornare fino in Pacifico. Le aspettative sono molto alte!
Kelefesia è un’isola spesso evitata dalle barche in transito, perchè circondata da bassi fondali, non ben segnalati sulla cartografia e da correnti imprevedibili. È di aiuto tracciare la rotta di avvicinamento utilizzando le foto satellitari ma è anche necessario arrivarci con una bella giornata di sole. L’ancoraggio è piccolo, per 2-3 barche al massimo, se si vuole stare in sicurezza. Il fondo è di sabbia con qualche formazione corallina qua e là.
Quando arriviamo non c’è nessuno. Ancoriamo e ci godiamo il panorama, ne vale la pena. Scendiamo a terra e lo spettacolo continua. Abbiamo la fortuna di trascorrere alcuni giorni a Kelefesia, in contemplazione di tanta bellezza.
Ancora 50 miglia navigazione verso sud e raggiungiamo Nukualofa, la capitale di Tonga, dove ci prepareremo per la traversata verso la Nuova Zelanda, ma questa è un’altra storia!
Ciao ragazze!
Un ringraziamento particolare a Monica ed Alessandra il cui contributo fotografico ed artistico in questo post è stato fondamentale.
Non abbiamo indicato il dettaglio delle coordinate degli ancoraggi per non appesantire il post di informazioni che interessano a pochi, ma a chi lo fosse forniamo volentieri tutte le tracce ed i waypoint delle nostre navigazioni.