La prima volta che attraversammo l’Oceano Pacifico fu nel 2013; partimmo da Panama, dopo essere transitati nel canale, facemmo tappa alle Galapagos ed atterammo a Fatu Hiva, alle Marchesi, il primo arcipelago polinesiano che si incontra arrivando da nord-est.
Questa volta prevediamo di fare due soste, meteo permettendo, a Robinson Crusoe e all’isola di Pasqua (Rapa Nui), ed arrivare alle Gambier, a sud-est dell’immenso arcipelago polinesiano.
La maggiore preoccupazione della prima traversata fu il passaggio dall’emisfero nord all’emisfero sud per le sue famose calme equatoriali, dopodiché l’aliseo di sud-est ci spinse con costanza fino a destinazione. Partendo dal Cile ci aspetta una navigazione più complicata, in un regime di venti di intensità e direzione variabile, a causa del continuo passaggio di perturbazioni.
Aspettiamo le condizioni favorevoli per partire a Chiloè dove visitiamo la casa-museo di Francisco Coloane, che nacque e trascorse l’infanzia sull’isola, nel piccolo villaggio di Quimche.
Siamo con Massimo e Sandra, che ci accompagneranno fino a Rapa Nui.
L’ultima notte la trascorriamo a Estero Chaular una baia protetta all’estremo nord dell’isola dove facciamo una bella passeggiata fino al Faro Corona, uno dei tanti fari storici cileni, che visitiamo con il permesso dei militari dell’Armada che lo presidiano.
L’ultima notte la trascorriamo a Estero Chaular una baia protetta all’estremo nord dell’isola dove facciamo una bella passeggiata fino al Faro Corona, uno dei tanti fari storici cileni, che visitiamo con il permesso dei militari dell’Armada che lo presidiano.
Il primo tratto di navigazione fino a Robinson Crusoe, nell’arcipelago di Juan Fernandez, è relativamente breve, 550 miglia, ma il nostro auspicio di una tranquilla navigazione oceanica inaugurale viene presto smentito dalla realtà dei fatti: il vento inizialmente debole da SSW al lasco, rinforza e gira a NW fino a costringerci ad una bolina resa particolarmente scomoda dal mare formato ed incrociato. Un balzo in alto della pressione di 10 millibar in 4 ore ed il passaggio di una serie di groppi completano l’opera con venti oltre i 40 nodi e onde frangenti che travolgono barca e pozzetto. Siamo tutti KO tranne Massimo che, con il suo passato da regatante d’altura, non fa una piega. Finalmente il vento diminuisce gradualmente e gira a SE ed il mare si calma fino all’arrivo a Robinson Crusoe.
Raggiungiamo la baia di Cumberland dove si trova l’unico piccolo centro abitato, San Juan Bautista. Robinson Crusoe ha una conformazione montagnosa caratterizzata da una forte erosione che le conferisce un aspetto impenetrabile: i ripidi pendii sovrastati da pinnacoli e creste taglienti sembrano impossibili da risalire. Il villaggio si trova nell’unico sottile tratto pianeggiante ai piedi delle montagne.
Nei pochi giorni di sosta facciamo la conoscenza di alcuni abitanti di questa piccola comunità di pescatori che ci raccontano qualcosa di più su quest’isola di cui si sa molto poco. La sua fama è principalmente legata al confinamento volontario di Alejandro Selkirk, alias Robinson Crusoe, le cui vicende ispirarono Daniel Defoe.
La pesca all’aragosta ed un turismo di nicchia sono le uniche fonti di sostentamento della popolazione. Nel 2010 uno tsunami devastò il villaggio portando morte e distruzione. Il processo di ricostruzione attirò un gran numero di persone dal continente che in parte si stabilirono poi sull’isola. Questo improvviso aumento della popolazione, da 600 a oltre 1000 abitanti, è oggi fonte di tensioni e disagi. Per chi, come noi, viene da aree sovrappopolate, non è cosi immediato comprendere quanto siano fragili gli equilibri all’interno di queste comunità remote che si reggono su piccole attività economiche legate alle poche risorse disponibili. Anche le stesse risorse di base come l’approvvigionamento idrico o elettrico, possono divenire un problema.
Raggiungiamo la baia di Cumberland dove si trova l’unico piccolo centro abitato, San Juan Bautista. Robinson Crusoe ha una conformazione montagnosa caratterizzata da una forte erosione che le conferisce un aspetto impenetrabile: i ripidi pendii sovrastati da pinnacoli e creste taglienti sembrano impossibili da risalire. Il villaggio si trova nell’unico sottile tratto pianeggiante ai piedi delle montagne.
Nei pochi giorni di sosta facciamo la conoscenza di alcuni abitanti di questa piccola comunità di pescatori che ci raccontano qualcosa di più su quest’isola di cui si sa molto poco. La sua fama è principalmente legata al confinamento volontario di Alejandro Selkirk, alias Robinson Crusoe, le cui vicende ispirarono Daniel Defoe.
La pesca all’aragosta ed un turismo di nicchia sono le uniche fonti di sostentamento della popolazione. Nel 2010 uno tsunami devastò il villaggio portando morte e distruzione. Il processo di ricostruzione attirò un gran numero di persone dal continente che in parte si stabilirono poi sull’isola. Questo improvviso aumento della popolazione, da 600 a oltre 1000 abitanti, è oggi fonte di tensioni e disagi. Per chi, come noi, viene da aree sovrappopolate, non è cosi immediato comprendere quanto siano fragili gli equilibri all’interno di queste comunità remote che si reggono su piccole attività economiche legate alle poche risorse disponibili. Anche le stesse risorse di base come l’approvvigionamento idrico o elettrico, possono divenire un problema.
In baia con noi ci sono altre tre barche a vela, Galadriel, un piccolo Amel con due ragazzi austriaci ed il loro bebè di un anno, Heart and Soul con una coppia canadese e Libertaire, un Damien2, a bordo una giovane famiglia francese con due bimbe piccole. Come sempre condividiamo con gli altri equipaggi i programmi di navigazione e ci confrontiamo sulle previsioni meteo. Appena si presenta una buona finestra partiamo tutti ma ben presto ci perdiamo, ciascuno con la sua strategia ed il suo ritmo di navigazione. Siamo comunque certi che ci rincontreremo perché il Pacifico, in fondo, è un grande stagno!
Ci separano 1.600 miglia dall’Isola di Pasqua, ne faremo 1.720 per aggirare un bolla di alta pressione prima ed evitare una depressione poi. Sarà una traversata di 11 giorni caratterizzata da vento di direzione ed intensità molto variabili e da una fastidiosa onda da sud che non ci darà tregua e renderà la vita a bordo piuttosto scomoda.
In compenso la temperatura aumenterà gradualmente, finalmente ci libereremo delle cerate che negli ultimi sei mesi erano diventate la nostra seconda pelle.
Arriviamo all’Isola di Pasqua domenica 21 Aprile, proprio il giorno di Pasqua, come accadde al navigatore olandese J. Roggeveen, il primo europeo a sbarcare nel 1722.
L’isola ci conquista fin dal primo avvistamento, ha una forma triangolare con un cono vulcanico ad ogni vertice e nel mezzo grandi praterie di un verde brillante dove cavalli e vacche pascolano liberamente. A differenza di Robinson Crusoe la sua dolce conformazione è invitante, accogliente. Lungo la costa vediamo i primi moai e notiamo che danno tutti le spalle al mare.
Ancoriamo di fronte ad Hangaroa, il centro abitato, e la prima cosa che impariamo dalle autorità che vengono a bordo per sbrigare le formalità di ingresso è che il nome attribuito all’isola dai colonizzatori non è gradito alla gente del posto. Per loro l’isola è Rapa Nui, così come Rapa Nui è la popolazione indigena e Rapa Nui la lingua. Durante la nostra permanenza avremo molte altre conferme della determinazione di questo popolo a voler preservare con orgoglio le proprie origini polinesiane, mantenendo vive le tradizioni e la lingua. Insomma Rapa Nui appartiene al Cile ma i conti in sospeso con i cileni sono ancora molti.
Le condizioni di calma ci consentono di sbarcare. Sembra una constatazione superflua ma così non è. Fino all’ultimo non abbiamo avuto certezza di riuscire a visitare l’isola. Non ci sono baie ridossate e la presenza costante di onda rende l’ancoraggio precario e la discesa a terra con il tender difficoltosa, se non pericolosa. Siamo a conoscenza di diverse barche in transito a Rapa Nui che sono state costrette a tirare dritto verso un’altra destinazione perché le condizioni non consentivano la sosta. Davanti ad Hangaroa si ancora su un fondo sabbioso di 15-20 metri con alcune teste di corallo sparse. Per raggiungere il piccolo porticciolo di pescatori con il tender si passa in un canale tra due banchi rocciosi dove le onde frangono. Nei giorni di calma, se si è bravi ad osservare le onde, si riesce a calcolare il momento buono per entrare (od uscire) nella pausa tra due serie. Paolo riceverà i complimenti dei locali per la sua abilità!
Ci separano 1.600 miglia dall’Isola di Pasqua, ne faremo 1.720 per aggirare un bolla di alta pressione prima ed evitare una depressione poi. Sarà una traversata di 11 giorni caratterizzata da vento di direzione ed intensità molto variabili e da una fastidiosa onda da sud che non ci darà tregua e renderà la vita a bordo piuttosto scomoda.
In compenso la temperatura aumenterà gradualmente, finalmente ci libereremo delle cerate che negli ultimi sei mesi erano diventate la nostra seconda pelle.
Arriviamo all’Isola di Pasqua domenica 21 Aprile, proprio il giorno di Pasqua, come accadde al navigatore olandese J. Roggeveen, il primo europeo a sbarcare nel 1722.
L’isola ci conquista fin dal primo avvistamento, ha una forma triangolare con un cono vulcanico ad ogni vertice e nel mezzo grandi praterie di un verde brillante dove cavalli e vacche pascolano liberamente. A differenza di Robinson Crusoe la sua dolce conformazione è invitante, accogliente. Lungo la costa vediamo i primi moai e notiamo che danno tutti le spalle al mare.
Ancoriamo di fronte ad Hangaroa, il centro abitato, e la prima cosa che impariamo dalle autorità che vengono a bordo per sbrigare le formalità di ingresso è che il nome attribuito all’isola dai colonizzatori non è gradito alla gente del posto. Per loro l’isola è Rapa Nui, così come Rapa Nui è la popolazione indigena e Rapa Nui la lingua. Durante la nostra permanenza avremo molte altre conferme della determinazione di questo popolo a voler preservare con orgoglio le proprie origini polinesiane, mantenendo vive le tradizioni e la lingua. Insomma Rapa Nui appartiene al Cile ma i conti in sospeso con i cileni sono ancora molti.
Le condizioni di calma ci consentono di sbarcare. Sembra una constatazione superflua ma così non è. Fino all’ultimo non abbiamo avuto certezza di riuscire a visitare l’isola. Non ci sono baie ridossate e la presenza costante di onda rende l’ancoraggio precario e la discesa a terra con il tender difficoltosa, se non pericolosa. Siamo a conoscenza di diverse barche in transito a Rapa Nui che sono state costrette a tirare dritto verso un’altra destinazione perché le condizioni non consentivano la sosta. Davanti ad Hangaroa si ancora su un fondo sabbioso di 15-20 metri con alcune teste di corallo sparse. Per raggiungere il piccolo porticciolo di pescatori con il tender si passa in un canale tra due banchi rocciosi dove le onde frangono. Nei giorni di calma, se si è bravi ad osservare le onde, si riesce a calcolare il momento buono per entrare (od uscire) nella pausa tra due serie. Paolo riceverà i complimenti dei locali per la sua abilità!
Approfittiamo del tempo buono per affittare i motorini e fare i turisti insieme a Sandra e Massimo.
I protagonisti assoluti sono i moai, le statue monolitiche che risalgono ai secoli XII-XVI e hanno reso famosa Rapa Nui. Sono impressionanti per le loro dimensioni e per il fatto di esseri sparsi ovunque, a centinaia, in serie o solitari, alcuni in piedi, molti sdraiati, forse perché sono stati tirati giù o forse per colpa dei terremoti.
Soltanto alcuni sono interi, per lo più restaurati negli ultimi decenni.
Ricavati da blocchi di tufo vulcanico, venivano tutti scolpiti direttamente nella cava, all’interno del cratere di Rano Raraku, dove si vedono ancora decine di moai in fase di realizzazione, molti dei quali ormai quasi totalmente interrati.
Sono molti i misteri relativi a queste statue gigantesche, a cominciare da cosa rappresentano: forse gli antenati da venerare. Anche le tecniche adottate per trasportare i moai sugli altari dei cerimoniali (ahu) dove venivano eretti non sono chiare. Se fino a poco tempo fa si pensava che li spostassero in posizione orizzontale, tramite delle specie di slitte, negli ultimi anni gli archeologi concordano sull’ipotesi che venissero trasportati già in posizione verticale tramite delle corde, teoria che confermerebbe la tradizione orale dell’isola secondo cui i moai raggiungevano gli ahu ‘camminando’.
All’estremo sud dell’isola, il cratere del vulcano Rano Kau, offre un panorama spettacolare.
Sul versante meridionale sorge il villaggio cerimoniale di Orongo, dove si celebrava il rito in favore dell’uomo-uccello, che nel XVI secolo sostituì il culto dei moai.
Ripartiamo all’approssimarsi di una perturbazione. Preferiamo affrontarla in mare piuttosto che subirla negli ancoraggi precari di Rapa Nui.
L’ultima tratta di questa traversata è di 1.400 miglia per raggiungere Gambier. Aggirare la perturbazione ci farà bolinare per quattro giorni, dopodiché finalmente troveremo l’aliseo che ci spingerà fino a destinazione.
Per festeggiare il ritorno ai tropici il mare ci regala un bel mahi mahi!
Ed eccoci di nuovo in Polinesia. La sensazione all'arrivo è stata di essere tornati in paradiso!