La tappa a Suwarrow ci consente di approcciare l'arcipelago di Tonga da nord. Il primo gruppo di isole è quello delle Niua.
Passiamo
la linea del cambio data e ci perdiamo il 25 agosto (nel 2013 era stato il 30
settembre). A Tonga è già lunedì 26 agosto!
All’alba
avvistiamo l’isola di Tafahi. Ricorda molto Stromboli, la vetta di un cono
vulcanico alto 600 metri che emerge dal mare, salvo che questo vulcano non è
attivo ed è ricoperto di vegetazione. A poche miglia a sud appare
Niuatoputapu, più grande, in grand parte pianeggiante con un rilievo, anch’esso
di origine vulcanica, alto 150 metri. Ci avviciniamo alla pass che va
affrontata con cautela per la poca profondità ed un tracciato contorto. Siamo anche in bassa marea.
La
luce è pessima, aspettiamo una mezzoretta e per fortuna il sole ci regala
qualche pallido raggio, sufficiente per avere una visibilità accettabile sul
fondale. Un allineamento a terra ci guida nell’entrata.
Ancoriamo
di fronte ad piccolo villaggio nascosto da una folta
vegetazione. Ci sono altre
tre barche.
Ci fermiamo una settimana a Niuatoputapu. La laguna, con le sue sfumature di turchese, è bella da vedere ma l’acqua è torbida, lo snorkeling poco interessante. Bisogna uscire dalla pass, dove, sul lato sud, ci sono delle belle formazioni coralline e l’acqua è limpida ma ovviamente c’è un po’ di onda.
Ci fermiamo una settimana a Niuatoputapu. La laguna, con le sue sfumature di turchese, è bella da vedere ma l’acqua è torbida, lo snorkeling poco interessante. Bisogna uscire dalla pass, dove, sul lato sud, ci sono delle belle formazioni coralline e l’acqua è limpida ma ovviamente c’è un po’ di onda.
Arrivano
altre tre barche tutte inglesi, Larus, A Cappella of Belfast e Joy.
Ci
sono tre piccoli villaggi, per un totale di circa 600-700 abitanti. Una 40ina
di persone vivono su Tafahi.
Nel 2009 l’isola è stata colpita da uno tsunami che ha mietuto 9 vittime e distrutto buona parte dei villaggi. Le casette ricostruite più in alto (salvo qualche eccezione) dimostrano l’estrema essenzialità della vita di ques’isola remota di Tonga. Maiali e galline, a centinaia, circolano liberamente per strade e campi. Quasi tutte le case hanno un giardino con alberi da frutta, papaye, frutti del pane, molti gli orti dove si coltivano prevalemente tuberi, in particolare il taro e la tapioca, ma anche zucche, bietole e qualche pomodoro. Le piante di mango sono gigantesche, peccato non sia stagione.
Nel 2009 l’isola è stata colpita da uno tsunami che ha mietuto 9 vittime e distrutto buona parte dei villaggi. Le casette ricostruite più in alto (salvo qualche eccezione) dimostrano l’estrema essenzialità della vita di ques’isola remota di Tonga. Maiali e galline, a centinaia, circolano liberamente per strade e campi. Quasi tutte le case hanno un giardino con alberi da frutta, papaye, frutti del pane, molti gli orti dove si coltivano prevalemente tuberi, in particolare il taro e la tapioca, ma anche zucche, bietole e qualche pomodoro. Le piante di mango sono gigantesche, peccato non sia stagione.
La principale
fonte di reddito dell’isola deriva dalla vendita delle foglie di pandano, con
le quali si producono i ta’ovala, le tradizionali stuoie intrecciate che
vengono indossate in pubblico da un gran numero di tongani. La lavorazione è
estremamente lunga e laboriosa: innanzitutto dalle foglie si eliminano le
estremità taglienti; dopo essere state bollite, si separa la parte superiore,
più morbida da quella inferiore. A questo punto si legano le metà superiori in
mazzi, le si immerge in mare, durante la bassa marea e le si lascia a mollo per
10 giorni, affinché l’acqua salata le schiarisca. Infine le foglie vengono sciacquate con acqua piovana e stese al sole
ad asciugare. E’ un’attività che occupa le giornate di quasi tutte le donne
della comunità.
Un ripido sentiero ci conduce in cima alla montagna, la vista da lì è notevole.
Lefai ci porta anche a vedere una sorgente di acqua dolce dove si può fare il bagno. Ci racconta dello tsunami del 2009 che ha portato dolore e distruzione, 9 i morti, tra cui suo papà, tante le case spazzate via. Ci dice anche che sua moglie in questi giorni ha partorito il sesto figlio. Hanno però deciso di affidarlo alla sorella di lei, che non può avere figli. Questa si che è generosità! Pare sia una pratica comune a Tonga.
Domenica partecipiamo alla messa e dopo Lefai ci invita a pranzo a casa sua. Insieme a noi ci sono Tim e Nancy di Larus. Troviamo una tavola apparecchiata soltanto per noi quattro, come da tradizione polinesiana, mangiano solo gli ospiti. Lefai comincia la distribuzione del cibo, carne di maiale, taro e patate dolci, involtini di foglie di taro ripiene con carne di pollo e maiale. I bambini e la nonna assistono seduti per terra. Soltanto al termine del pasto riusciamo a coinvolgere tutti offrendo i dolci che abbiamo portato.
Un ripido sentiero ci conduce in cima alla montagna, la vista da lì è notevole.
Lefai ci porta anche a vedere una sorgente di acqua dolce dove si può fare il bagno. Ci racconta dello tsunami del 2009 che ha portato dolore e distruzione, 9 i morti, tra cui suo papà, tante le case spazzate via. Ci dice anche che sua moglie in questi giorni ha partorito il sesto figlio. Hanno però deciso di affidarlo alla sorella di lei, che non può avere figli. Questa si che è generosità! Pare sia una pratica comune a Tonga.
Domenica partecipiamo alla messa e dopo Lefai ci invita a pranzo a casa sua. Insieme a noi ci sono Tim e Nancy di Larus. Troviamo una tavola apparecchiata soltanto per noi quattro, come da tradizione polinesiana, mangiano solo gli ospiti. Lefai comincia la distribuzione del cibo, carne di maiale, taro e patate dolci, involtini di foglie di taro ripiene con carne di pollo e maiale. I bambini e la nonna assistono seduti per terra. Soltanto al termine del pasto riusciamo a coinvolgere tutti offrendo i dolci che abbiamo portato.
Quando le condizioni meteo presentano una rotazione dell’aliseo verso ENE, partiamo per raggiungere Vava’u, 160 miglia a sud di Niuatoputapu. La navigazione ci vede impegnati in una movimentata bolina, con groppi e mare grosso. Al nostro arrivo ritroviamo la baia di Neiafu letteralmente piena di barche. Fortunatamente non dobbiamo fare le pratiche d’ingresso e la nostra sosta in paese è dovuta alla necessità di attendere il passaggio di una perturbazione ed al rifornimento di frutta e verdura.
Pur vivendo su una barca a vela, i bamibini per divertirsi fanno due bordi con il tender |
A differenza del 2013, quando la nostra visita si limitò al gruppo di Vava’u (vedi relativi post https://sy-zoomax.blogspot.com/2013/11/from-kingdom-of-tonga-to-new-zealand.html e https://sy-zoomax.blogspot.com/2013/10/tonga-regatta-vavau.html), questa volta intendiamo riservare più tempo agli arcipelaghi più remoti del regno tongano.
Prima però approfittiamo delle buone condizioni meteo per fare tappa a Blue Lagoon (quale paradiso tropicale non ha la sua Blue Lagoon?), un ancoraggio precario per la sua esposizione alle onde oceaniche, ma contraddistinto da colori da cartolina.
Alla successiva perturbazione andiamo a ridossarci nella rada di Tapana, dove ritroviamo Maria ed Eduardo, una coppia di naviganti spagnoli che 30 anni fa si stabilirono su quest’isola ed aprirono un ristorante dove si possono gustare le migliori tapas di tutto il Pacifico e l’immancabile paella! Ed è proprio a Tapana che in una giornata uggiosa un’imponente comunità di naviganti si ritrova per un pic-nic. Sono gli equipaggi di sette barche più i padroni di casa, eccezionalmente tutti di origine latina: 6 spagnoli, 6 brasiliani, 2 italiani (noi). C’è solo un’eccezione, una ragazza scozzese, compagna di uno dei brasiliani. Si comunica con un idioma ispano-italo-brasileiro,. A memoria di Maria non si era mai visto un numero così elevato di equipaggi latini contemporaneamente a Tapana. La giornata è allegra e naturalmente molto rumorosa!
Prima di spostarci ad Ha'apai, il gruppo di isole a sud di Vava’u, ripassiamo da Neiafu dove assistiamo casualmente ad una cerimonia funebre. Oltre alla musica toccante, suonata dal vivo, che accompagna il corteo, sono indubbiamente le ta’ovala indossate da famigliari ed amici in segno di rispetto verso il defunto, ad attirare la nostra attenzione. Se nella vita quotidiana sono piccole stuoie che vengono legate in vita, come dei gonnellini, in questo caso invece sono dei veri e propri tappeti che ricoprono interamente il corpo ed il capo.
A Neiafu ritroviamo anche Mario, il proprietario italiano del ristorante Bellavista. Passiamo serate piacevoli ad ascoltare i racconti della sua vita da emigrato. La sua è una prospettiva interessante: sposato con una donna del posto da cui ha avuto due figlie, quindi profondamentente integrato nella società tongana, continua tuttavia a studiarla con uno spirito da osservatore esterno, evidenziandone pregi e difetti con grande lucidità. Ci diletta con le sue analisi acute e spesso ironiche, il tutto mentre assaporiamo una buona cucina italiana preparata e presentata con una cura inusuale in questa parte del mondo.
Il 25 settembre ci trasferiamo ad Ha’apai. Salpiamo all’alba da Ovalau per atterrare a Nukunamo, dopo una veleggiata di una decina di ore assieme ed un nutrito gruppo di barche. Il vento è debole ed il mare calmo, teniamo gli occhi aperti per avvistare le balene che vediamo in buon numero saltare fuori dall’acqua ma, purtroppo, tutte lontane da noi.
Dopo quasi tre giorni di viaggio dall’Italia, via Singapore-Auckland-Tongatapu, salgono a bordo le amiche Alessandra e Monica. Aspettiamo l’aereo a turboelica in arrivo dalla capitale, ancorati proprio davanti al piccolo aeroporto e con grande sollievo lo vediamo atterrare. Il logo della compagnia aerea tongana non ispirava grande fiducia.
Si presentano con 4 valige, Paolo non nasconde la sua disapprovazione ma cambierà idea non appena vedrà quante prelibatezze di casa nostra sono state abilmente sottratte ai controlli doganali.
Tre amiche di vecchia data, anzi di una vita, che si ritrovano dopo oltre un anno di lontananza, provocano un notevole cambiamento nella normale routine di bordo. Tante novità da raccontare, gioie e dolori da condividere, consigli da chiedere...le parole scorrono come fiumi in piena.
Il capitano sopporta con pazienza e quando sente il bisogno di un po’ di silenzio parte e va a farsi una lunga nuotata. In realtà spesso partecipa volentieri anche lui alla conversazione, e porta il contributo del punto di vista maschile.
Nel frattempo esploriamo l’arcipelago Ha’apai, da nord a sud.
La prima tappa è a Nukunamo, siamo ancorati davanti ad una finta pass tra due isolotti.
Al centro crescono rigogliosi coralli alimentati dall’incessante ritmo della corrente di marea. Anche i pesci non mancano e tra questi un bel esemplare di squalo leopardo se la dorme sulla sabbia finché Paolo non decide di andarsi a sdraiare di fianco a lui. Lo squalo lo guarda perplesso e se ne va via con due colpi di coda.
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Il coral garden disegnato da Alessandra |
Nella
pass a sud nuotiamo in corrente con le mante. Rispetto a quando le si
osserva in una cleaning station, quasi immobili, qua si muovono veloci,
si stanno nutrendo, ci passano vicino, in alcuni casi ci sfiorano,
totalmente indifferenti alla nostra presenza.
![]() |
La pass con le mante, disegnata da Alessandra |
Con il tempo ancora incerto ci spostiamo a Uonukuhahaki.
Quando finalmente torna il sole dirigiamo verso il gruppo di isolette più piccole ed i reef che bordano il lato sud di Ha’apai. A Lekeleka l’ancoraggio è spettacolare sembra di essere fermi in mezzo al mare.
L’acqua, calma in superficie, grazie all’imponente barriera corallina che ferma le onde, appena sotto è un turbine di correnti di marea. Nuotare risalendo la corrente è frustrante, ogni metro viene conquistato a fatica, ma la ‘discesa’ è una delle sensazioni più belle che si possa provare, sembra di volare nella trasparenza dell’acqua cristallina, sorvolando in velocità le formazioni coralline ed i pesci che le abitano.
Ci fermiamo anche a Nomuka, circa 15 miglia più a sud.
Come direbbe Monica, anche quest’isola ha una spiaggia da protocollo e meriterebbe una sosta più lunga, ma il tempo stringe, e non vogliamo perderci Kelefesia, ultima tappa prima di arrivare a Nukualofa, da cui Monica e Alessandra ripartiranno.
Le Ha’apai ed in particolare Kelefesia costituiscono, insieme alle Gambier e a Suwarrow, uno dei motivi per cui abbiamo rifatto mezzo giro del mondo per tornare fino in Pacifico. Le aspettative sono molto alte!
Kelefesia è un’isola spesso evitata dalle barche in transito, perchè circondata da bassi fondali, non ben segnalati sulla cartografia e da correnti imprevedibili. È di aiuto tracciare la rotta di avvicinamento utilizzando le foto satellitari ma è anche necessario arrivarci con una bella giornata di sole. L’ancoraggio è piccolo, per 2-3 barche al massimo, se si vuole stare in sicurezza. Il fondo è di sabbia con qualche formazione corallina qua e là.
Quando arriviamo non c’è nessuno. Ancoriamo e ci godiamo il panorama, ne vale la pena. Scendiamo a terra e lo spettacolo continua. Abbiamo la fortuna di trascorrere alcuni giorni a Kelefesia, in contemplazione di tanta bellezza.
Ancora 50 miglia navigazione verso sud e raggiungiamo Nukualofa, la capitale di Tonga, dove ci prepareremo per la traversata verso la Nuova Zelanda, ma questa è un’altra storia!
Ciao ragazze!
Un ringraziamento particolare a Monica ed Alessandra il cui contributo fotografico ed artistico in questo post è stato fondamentale.
Non abbiamo indicato il dettaglio delle coordinate degli ancoraggi per non appesantire il post di informazioni che interessano a pochi, ma a chi lo fosse forniamo volentieri tutte le tracce ed i waypoint delle nostre navigazioni.