Andare per mare, per conoscere la terra



domenica 17 marzo 2019

Cile - La risalita dei canali: da Puerto Williams a Puerto Montt




I PAZ soddisfatti a Puerto Montt. 
Si, dopo quasi 4 mesi e oltre 3.000 miglia di navigazione alle latitudini dei 40 ruggenti e dei 50 urlanti abbiamo completato il giro della Patagonia e Terra del Fuoco.
Siamo ormeggiati al Marina Oxxean, dove ci fermeremo qualche giorno per riposarci e prepararci per la traversata verso la Polinesia Francese, via Juan Fernandéz e l’Isola di Pasqua.
Dopo la discesa lungo la costa atlantica della Patagonia Argentina, le tappe a Ushuaia, Puerto Williams, i ghiacciai del Canale di Beagle ed una puntata a Capo Horn, a fine gennaio abbiamo cominciato la risalita dei canali cileni fino a Puerto Montt. 
La definizione di “risalita” calza a pennello con la navigazione verso Nord nei canali. I venti prevalenti, originati dalle depressioni antartiche che si susseguono a ciclo quasi continuo, vengono da ponente e si infilano nei canali con il risultato che, se si è diretti verso il Pacifico, ci si trova a navigare con vento e corrente prevalentemente contrari. Insomma non è proprio un godimento dal punto di vista velico. Il piacere di percorrere queste 1.500 miglia è un altro e lo si intuisce già solo guardando la geografia del luogo.

Tratta da Patagonia & Tierra del Fuego Nautical Guide - G. Ardrizzi, M. Roflo - Ed Nutrimenti

È come fare un lungo trekking in un labirinto di vallate. Sì, il paesaggio, le condizioni climatiche, l’isolamento, inducono senza dubbio a fare un parallelo con la montagna. Anche fermarsi per la notte nelle piccole calette protette tra gli alberi, dà la stessa sensazione di pace e di sicurezza che si prova quando si arriva ad un rifugio dopo una lunga camminata.
Percorrere questo dedalo di canali con gli strumenti oggi a disposizione, la cartografia, pur imprecisa, le immagini satellitari, le guide nautiche, ci porta spesso a riflettere sulla riconoscenza che dobbiamo agli esploratori che in passato hanno mappato queste zone: Ferdinando Magellano che nel ‘500 ha esplorato e scoperto per primo il collegamento tra l’Oceano Atlantico ed il Pacifico attraverso lo Stretto che porta il suo nome, oppure Charles Darwin con il capitano Fitzroy, che nel ‘800 hanno navigato il canale di Beagle, per poi risalire lungo la stessa rotta che oggi percorriamo con la ZoomaX.

In questo contesto vorremmo anche citare Giorgio Ardrizzi, anche se siamo sicuri lui considererà questo parallelismo per lo meno azzardato, che in queste acque ha navigato per 16 anni con Mariolina Rolfo ed insieme hanno prodotto una guida nautica per i diportisti di un tale livello di accuratezza da rendere la navigazione molto più sicura e godibile, Patagonia & Tierra del Fuego Nautical Guide (Ed. Nutrimenti); hanno scoperto decine di ancoraggi, li hanno collaudati e mappati personalmente con disegni descrittivi, sopperendo così anche alle lacune della cartografia. Un lavoro straordinario, arricchito da un  compendio sulla fauna e la flora dell’area e da un interessante approfondimento sulla storia e sulle tribù indigene, ormai quasi estinte.


Esempio della descrizione di uno degli ancoraggi dove abbiamo fatto tappa

Abbiamo tracciato in rosso la rotta percorsa da ZoomaX sui disegni tratti dalla guida nautica di G. Ardrizzi e M. Rolfo, evidenziando con un riquadro bianco il tratto in questione.


Partiamo da Puerto Williams il 31 gennaio, insieme a Monica e Danilo, l’alba che ci accoglie sul Canale di Beagle sembra un quadro.


Ripercorriamo il canale verso ovest e, prima di raggiungere la zona dei ghiacciai, facciamo una sosta a Caleta Olla. Un’escursione a piedi ci porta ad avere una vista privilegiata sul Beagle e sulle montagne, nonostante il brutto tempo. 




Il tappeto muschioso impregnato d’acqua su cui camminiamo è un’esplosione di fiori e di colori.









Siamo proprio nel tratto di canale che Charles Darwin, quasi due secoli fa, descrisse con precisione nel suo ‘Viaggio di un Naturalista intorno al mondo’: “Al mattino presto arrivammo al punto in cui il Canale Beagle si divide in due bracci: entrammo nel braccio settentrionale. Qui lo scenario si fece più grandioso che mai. Le alte montagne sul lato nord formano l’ossatura granitica, o spina dorsale della regione, e si alzano ardite a mille-milleduecento metri d’altezza, con una vetta che supera i duemila metri. Sono ricoperte da un ampio manto di nevi perenni e numerose cascate versano le loro acque, attraverso i boschi, dentro lo stretto canale sottostante. In molti luoghi stupendi ghiacciai scendono dai fianchi delle montagne fino al livello dell’acqua. È difficile immaginare qualcosa di più bello del blu berillo di questi ghiacciai che spicca contro il bianco smorto delle sovrastanti distese di neve. Grandi frammenti distaccatisi dal ghiacciaio e caduti nell’acqua s’allontanavano alla deriva, e il canale popolato da questi iceberg presentava, per un tratto lungo un miglio, l’aspetto di un mare polare in miniatura.”


Riproviamo a raggiungere il ghiacciaio del braccio ovest del Seno Pia. La prima volta l'avevamo trovato ostruito dal ghiaccio ed anche il secondo tentativo, purtroppo, non ci consente di avvicinarci molto di più.
 




Alla fine del Canale di Beagle dobbiamo  affrontare un tratto di mare esposto alle onde oceaniche, il Canal Ballenero e la Bahia Desolada. Aspettiamo le condizioni favorevoli a ridosso di un’isoletta, Isla del Medio; si tratta di un piccolo bacino a cui si accede da un passaggio talmente stretto e pieno di kelp che non ci fidiamo ad entrare con la barca senza dare prima un’occhiata. Monica e Danilo fanno un sopralluogo con il tender, noi aspettiamo fuori con la ZoomaX finché ci confermano via VHF l’ok ad entrare. È una bellissima piscina naturale. Facendo due passi sull’isola riusciamo anche a monitorare le condizioni del mare.


Abbiamo la fortuna di percorrere Il Canal Ballenero in una delle rare giornate di bel tempo che letteralmente svelano l’incredibile paesaggio.




La vista sul Monte Sarmiento è spettacolare ed inevitabilmente il pensiero va a Padre Alberto De Agostini, il missionario salesiano piemontese che unì alla vocazione per la fede una grande passione per l’esplorazione e l’alpinismo. Nella prima metà del ‘900 divenne uno dei massimi conoscitori della Patagonia e della Terra del Fuoco, ed organizzò la prima spedizione sul Monte Sarmiento.


In quella magnifica giornata di sole raggiungiamo uno degli ancoraggi più suggestivi del nostro viaggio, Caleta Brecknock. Si trova all’estremità occidentale della Terra del Fuoco, nel Canal Ocasiòn. Il paesaggio cambia, la poca vegetazione cresce solo nei piccoli anfratti protetti dal vento, le isole sono perlopiù costituite da rocce granitiche con una conformazione più dolce e liscia rispetto agli aspri pendii lungo il canale di Beagle.
L’arrivo è indimenticabile per la bellezza del luogo. In fondo al fiordo, c’è una piccola rada in cui ci infiliamo dopo aver ancorato. Filiamo le nostre cime galleggianti legandole a quattro alberi a terra.  Ormai affrontiamo lo ‘spider-mooring’ con più scioltezza e disinvoltura rispetto ai primi goffi tentativi nella Patagonia Argentina.
Una breve passeggiata su rocce e muschio con rari arbusti a bandiera, ci porta ad un lago. La vista è mozzafiato. La giornata continua ad essere limpida, il cielo senza una nuvola, la temperatura mite, sui 15-16 gradi.






Torniamo in barca solo quando il sole tramonta, e lo spettacolo continua.


Da Caleta Brecknock bisogna decidere dove passare per raggiungere lo Stretto di Magellano. Ci sono tre canali, di cui l’unico autorizzato dall’Armada Cilena è il Canal Magdalena, il più lungo, meno protetto e senza ancoraggi intermedi. Bisogna precisare che l’Armada prevede che ogni imbarcazione segua una rotta prestabilita e che confermi quotidianamente la propria posizione, tramite comunicazione via radio o via mail satellitare. È una procedura un po’ costrittiva ma, giustificata dalle condizioni meteo spesso estreme della zona e dalla sua responsabilità in caso di ricerca e soccorso.
Decidiamo per questa volta di non seguire le regole e passare per il canale Acwalisnan ed il Seno Pedro, spegnendo l’AIS (Automatic Identification System) e cercando di fare il più in fretta possibile.
Da quando siamo partiti abbiamo incontrato soltanto un’altra barca a vela e lo Yahgan, la nave che settimanalmente fa la spola tra Puerto Williams e Punta Arenas. La terza barca la incontriamo proprio in questo tratto, un peschereccio cileno (loro sono autorizzati) che si avvicina, suona la tromba, tutto l’equipaggio è sul ponte a salutarci e scattarci foto…mai voler fare le cose di nascosto!!!


In meno di 24 ore raggiungiamo lo Stretto di Magellano e torniamo sulla rotta autorizzata.
Il tempo intanto si mette al brutto, il Magellano sembra volerci ricordare la sua cattiva fama e per alcuni giorni combattiamo contro il vento forte da ovest, la corrente contraria e la pioggia incessante. Tentiamo comunque di avanzare facendo piccoli tratti giornalieri, arrancando da una rada a quella successiva, fino a raggiungere Isla Carlos III dove la difficoltà della navigazione viene ricompensata dalla vista dell’abbondante fauna marina che popola queste acque. Vediamo gli sbuffi e le code di diverse megattere ed una mangianza di cui stanno approfittando leoni marini ed uccelli. Purtroppo non riusciamo ad avvicinarci per le condizioni proibitive del mare e nemmeno a scattare fotografie.
Finalmente le previsioni meteo mostrano una rotazione del vento a sud. Dobbiamo approfittarne per percorrere le ultime 60 miglia dello Stretto di Magellano. All’inizio il vento è molto variabile, salta dal traverso a dritta al traverso a sinistra, passando da prua e costringendoci a manovrare in continuazione. È un vento rafficato che passa da 5 a 35 nodi nel giro di pochi secondi. Navighiamo con la randa con due mani di terzaroli e la trinchetta, usando anche il motore nei momenti di calma piatta. C’è un continuo passaggio di groppi: li vediamo arrivare da sud, ci passano sulla testa scaricando acqua per 5-10 minuti e poi proseguono la loro corsa verso nord, uno dietro l’altro, ne contiamo una decina. Quando il vento sembra stabilizzarsi un minimo sostituiamo la trinchetta con il fiocco, finché una raffica fa straorzare la ZoomaX, sdraiandola. Quatti quatti rimettiamo la trinchetta fino all’arrivo a Isla Tamar, dove con grande gioia salutiamo lo Stretto di Magellano e ci infiliamo nel Canal Smyth.
 

Lo Smyth è orientato in direzione nord-sud. La nostra speranza è che il vento occidentale si infili nel canale da sud, ma purtroppo non è così, continuiamo ad averlo sul naso. L’ancoraggio più suggestivo in cui ci fermiamo è Caleta Teokita a Puerto Profundo. Entriamo con sospetto in questo mini fiordo, molto stretto e tortuoso, dove sembra impossibile che una barca come ZoomaX possa passarci; invece stando attenti a restare bene in centro, il fondo non sale mai al di sotto dei 6 metri e all’interno ci ritroviamo in una piccola laguna bella e protetta.



Il brutto tempo in questo tratto non ci dà tregua, la pioggia incessante ed il vento forte ci costringono ad intere giornate di sosta. Dal Canal Smyth facciamo una deviazione per Puerto Natales, unico centro abitato nel raggio di centinaia di miglia. L’ultima notte prima di arrivare ancoriamo a Caleta Mousse, accompagnati da un gruppetto di delfini australi o oscuri (propendiamo per il lagenorhynchus obscurus, la pinna dorsale è più chiara ed il collo bianco), che durante l’ancoraggio dimostrano molto interesse per le nostre attività, arrivano a toccare il tender con Monica e Danilo che portano le cime a terra ed osservano da vicino mentre filiamo la catena dell’ancora. Al mattino i delfini sono di nuovo li che ci assistono durante la preparazione per la partenza.
A Puerto Natales Monica e Danilo ci lasciano per tornare a casa. Salutarsi è difficile.  Abbiamo viaggiato insieme per tre mesi, 2.500 miglia di navigazione talvolta impegnativa, vissuta con lo stesso spirito e lo stesso entusiasmo, abbiamo condiviso esperienze indimenticabili, visto posti meravigliosi, raggiunto traguardi importanti; abbiamo avuto momenti di stanchezza, passato lunghe giornate noiose chiusi in barca con un tempo da lupi, talvolta abbiamo avuto approcci diversi alla navigazione ma ne abbiamo sempre discusso in modo costruttivo. Grazie ragazzi, siamo stati bene, ci mancate!


 


Ci rimettiamo in rotta verso nord e approfittiamo del vento debole per risalire gli ampi canali Sarmiento, Pitt, Conception e Wide. Facciamo tappe notturne in alcuni dei tanti piccoli fiordi che incrociano i canali principali e che offrono la protezione della fitta vegetazione. Superiamo in fretta il timore della gestione a due degli ormeggi con le cime a terra. La tecnica che adottiamo è quella di fare un sopralluogo ravvicinato dell’ancoraggio con la barca e poi allontanarci per mettere in acqua il gommone. Una volta che Anna ha identificato gli alberi a cui attaccarsi con le cime, Paolo sulla barca inizia a filare la catena dell’ancora avvicinandosi di poppa al punto prescelto, mentre Anna porta un capo di una cima all’albero sopravento e la lega il più velocemente possibile. Questa operazione non comporta grandi problemi se fatta in alta marea, quando le piante sono facilmente accessibili dal gommone, decisamente più complicata quando la marea è bassa e per raggiungere gli alberi bisogna spesso superare barriere dense di kelp, arrampicarsi su rocce scivolose o sui tronchi, preoccupandosi anche che il gommone nel frattempo non se ne vada… Paolo intanto cerca di tenere la barca in posizione e appena la cima all’albero è legata, fissa l’altro capo alla bitta. Una volta messa la prima, il resto è un gioco da ragazzi, con calma si decide con quante altre cime assicurarsi, in base alle condizioni del vento e alla tenuta dell’ancora.


Il tempo continua ad essere coperto, le nuvole basse ci impediscono di vedere la lunga Cordigliera Patagonica che corre parallela ai canali, poco più ad est, ricoperta dall’immenso Campo De Hielo. Anche in queste condizioni di scarsa visibilità, il paesaggio ha comunque  il suo fascino.
 


Del Campo de Hielo vediamo i frammenti che si staccano dai ghiacciai e galleggiano alla deriva nei canali, molti piccoli, alcuni più grandi.  



Tentiamo di avvicinarci ai ghiacciai dell’Estero Peel e del Seno Eyre, ma la densità dei growlers è tale, già a molte miglia di distanza, da farci desistere.

Nonostante le condizioni di calma di questi giorni, gli avvistamenti di alcuni relitti ci ricordano di non abbassare mai la guardia. Fa sempre impressione vedere le barche finite a scogli. E’ inevitabile immaginare il momento dell’incidente e pensare alle sorti dell’equipaggio. Mette tristezza.




Arriviamo a Puerto Eden, un piccolo villaggio di pescatori, con un centinaio di abitanti. È raggiungibile solo via mare, non ci sono automobili. L’unico collegamento con il resto del paese, è il traghetto  che fa la spola tra Puerto Natales e Puerto Montt, che passa un paio di volte alla settimana. È considerato il centro urbano più piovoso al mondo. Le piccole casette di lamiera colorata sono disposte lungo la baia e servite da una passerella di legno che evita di camminare nel fango perenne. 

 

La popolazione è in maggioranza di origine Alacaluf, i nativi di questa parte di Patagonia, ormai quasi estinti. Portiamo in regalo  l’abbigliamento invernale lasciato da Monica e Danilo. Quei visi seri e riservati, tipici di queste popolazioni, ci offrono un sorriso radioso.
Dalla moglie di un pescatore compriamo 1 kg di centolla appena cotta e pulita. Le granseole abbondano nei canali cileni, le si vede spesso anche in acque basse, dove basta allungare il braccio per prenderle, ma le più grandi si trovano a profondità maggiori.
1 kg è una quantità esagerata per noi due, ne mangeremo a pranzo e cena per qualche giorno!


Una ventina di miglia a nord di Puerto Eden incrociamo un fiordo che si infila profondamente nella cordigliera, il Seno Iceberg. È la nostra ultima possibilità di vedere un ghiacciaio patagonico. Risaliamo il fiordo per 15 miglia e alla fine appare ai nostri occhi increduli.
La vista è maestosa, il ghiacciaio costellato di pinnacoli ben definiti termina con una parete a picco sul mare di un blu intenso e profondo come non avevamo mai visto prima. Riusciamo ad avvicinarci bene, ci sono dei growlers abbastanza ben distanziati. Ci facciamo largo con delicatezza, cercando di spingerli di lato evitando che i più piccoli finiscano sotto la barca. Rispetto alla foto satellitare il ghiacciaio deve essersi ritirato di un buon centinaio di metri, facendo emergere uno scoglio che ora si trova proprio di fronte alla parete.

La nostra traccia




Mettiamo in acqua il gommone per fare qualche foto e saliamo in testa d’albero per farne altre. Siamo incantati da tanta bellezza.




  
Di tanto in tanto sentiamo dei botti che preannunciano il distacco di un pezzo di ghiaccio e della sua caduta in mare. Poco prima di andar via il profondo ruggito di un leone marino attira la nostra attenzione, lo vediamo in acqua proprio sotto la parete di ghiaccio. Chissà se ce l’ha con noi…
Dopo un paio d’ore ci allontaniamo con rammarico, potremmo stare giornate intere ad osservare questo spettacolo.


Alla fine del Canal Messier ci fermiamo qualche giorno ad aspettare le buone condizioni per attraversare il Golfo di Penas, un tratto di mare da affrontare con cautela per la pericolosità delle onde che su questa costa concludono la loro lunga corsa oceanica. Nei giorni piovosi e ventosi di sosta a Caleta Lamento del Indio ci tiene compagnia una curiosa femmina di leone marino. Un giorno arriva anche un piccolo peschereccio, Reloncavi, con tre ragazzi a bordo. Mettiamo qualche parabordo e si affiancano a noi. Li invitiamo e ci raccontano del loro duro lavoro. Fanno prevalentemente pesca subacquea, utilizzando il narghilè, per prendere delle lumache di mare molto pregiate che chiamano Loco; con la stessa tecnica raccolgono anche delle alghe rosse che vengono utilizzate in cosmesi. Con i palamiti verticali invece pescano  prevalentemente merluzzi.
Quando finalmente il vento gira a sud-ovest, partiamo insieme ai nostri nuovi amici pescatori.
 


Con la navigazione nel Golfo di Penas e l’arrivo a Chiloé si chiude definitivamente il capitolo dei canali cileni. Dopo aver trascorso mesi nel fondo valle, l’orizzonte improvvisamente si apre. Complice anche la bella giornata siamo quasi abbagliati dalla luce.  In mare aperto finalmente troviamo il vento favorevole, issiamo le vele e ZoomaX cavalca felice le onde. È una sensazione liberatoria, come correre in un prato a perdifiato.
Dopo due giorni di navigazione avvistiamo l’isola di Chiloé. Con la sua conformazione dolce, collinare, con i boschi che si alternano alle praterie dove pascolano greggi di pecore, ci ricorda l’arrivo in Nuova Zelanda nella zona di Opua e Bay of Islands.
Piccoli villaggi e fattorie sparse ci reintroducono dolcemente alla civiltà, dopo un mese e mezzo di quasi totale isolamento.  




Vediamo tanti uccelli di varie specie, tra i quali  albatri, pellicani, cormorani imperiali, e ritroviamo i cigni dal collo nero che avevamo visto a Caleta Horno, tutti probabilmente attirati nelle acque di Chiloé  dalla intensa attività di allevamento di salmoni e molluschi.





Arrivando a Castro, capoluogo dell’arcipelago, ancoriamo davanti alle palafitte che caratterizzano il lungomare della cittadina.






Interessante anche la Iglesia San Francisco de Castro, con l’interno totalmente rivestito in legno, Patrimonio dell’Umanità insieme ad altre 15 chiese sparse sull’isola.



A Mechuque, una piccola isola dell’arcipelago, facciamo due passi in un villaggio di pescatori d’altri tempi, dove le case sono tutte rivestite con le ‘tejuelas’ di legno.
 


È la nostra ultima tappa, ancora 60 miglia di tranquilla navigazione ed arriviamo a Puerto Montt.

E ora si torna ai tropici!
Sulla rotta per la Polinesia, speriamo di poter fare tappa a Juan Fernandéz (l’isola di Robinson Crusoe) e all’Isola di Pasqua. In questo tratto ci accompagneranno Massimo e Sandra, con i quali abbiamo già condiviso varie tappe in Pacifico durante il primo giro del mondo. Allora loro navigavano sul Kenta, uno splendido Swan 65 che portarono fino in Australia. Non vediamo l’ora di navigare finalmente insieme!


A conclusione di questo post, vorremmo citare e salutare tutti i nuovi amici che abbiamo conosciuto durante la navigazione in Sud America,  alcuni sono già qui a Puerto Montt, altri sono in navigazione nei canali, altri sono ancora fermi in Argentina.
Con loro abbiamo condiviso alcuni momenti di questa esperienza indimenticabile.

DADA TUX, Hansueli & Helen, Garcia 45 Explorer, Svizzera
ALOMA, Walter & Roswitha, Reinke-13M, Germania
ROMLEA, Henk & Thea, Oyster 48 LW, Olanda
ITHACA, Pierre, Ping & kids, …, Sud Africa
PAZZO, Willy & Cindy, Oyster 48 LW, USA
KAMASTERN, Ernst & Margritt, Garcia 45 Explorer, Svizzera
MARAMALDA, Dani & Rita, HR 43, Svizzera
LUCIPARA 2, Ivar & FLoris, Buchanan 47 ketch, Olanda
LAURELINE, Emmanuel, Ovni 435, Francia
ST MICHEL, Joachim, Damien, Germania
GETAWAY, Kaj, …, Danimarca
THRESHOLD, Custom Chuck Paine/Kanter Yachts, Steve & Karyn, USA

Fair winds and safe sail to all of you!

Seguite la nostra traversata oceanica, cliccando sulla mappa in alto a destra.

sabato 26 gennaio 2019

Cile - Ventisqueros e Cabo de Hornos



L’ultima tappa in Argentina è a Ushuaia, cittadina di ormai 70.000 abitanti il cui sviluppo ruota attorno al turismo. Le navi da crociera che si alternano sul molo non si contano, le più grandi provenienti dalle capitali sudamericane, le più piccole dirette in Antartide.



La via centrale, Avenida San Martìn, è un susseguirsi di negozi di souvenirs e di marchi famosi di abbigliamento sportivo, di bar e ristoranti. L’aria che si respira è quella di un paese di montagna, l’unica differenza è che se rivolgi lo sguardo a sud, vedi le barche che navigano nel canale di Beagle.


Al Club Nautico AFASyN, dove siamo ormeggiati in andana in mezzo ad altre due barche, ci raggiungono Diego e Mariella. In sei a bordo, tutti dotati di equipaggiamento invernale, la ZoomaX sembra un accampamento ma, siamo molto felici di poter condividere questo tratto di viaggio con degli amici. Tutti insieme facciamo una gita al Cerro Guanaco nel Parque Nacional Tierra del Fuego che, con i suoi 1000 metri di dislivello, mette a dura prova i muscoli delle nostre gambe fuori allenamento da troppo tempo. Durante le salita, osserviamo con curiosità la vegetazione sparire già a 600 metri di altitudine. Dalla vetta la vista sul canale di Beagle sui fiordi che lo attraversano e sulle nevi che lo sovrastano ci ripaga di tutta la fatica, mentre la bufera di vento gelido accompagnata da precipitazioni ghiacciate ci induce ad avviarci subito sulla via del ritorno.
Dopo aver rimpolpato la cambusa, facciamo le pratiche di uscita dall’Argentina e ripercorriamo 25 miglia verso est nel Beagle per raggiungere Puerto Williams sull’isola di Navarino nel lato opposto del canale, base militare in territorio cileno e porto d’ingresso. Rispetto al caos di Ushuaia a Puerto Williams si respira davvero un’aria da fin del mundo. È un piccolo centro abitato nato intorno all’avamposto militare più remoto del Cile dove la maggioranza della popolazione è residente temporanea ed è costituita dalle famiglie dei soldati; sobrietà e ordine traspaiono anche nel suo sviluppo urbanistico che risulta gradevole.



Anche lo Yacht Club Micalvi, una nave da carico appositamente arenata nelle acque basse del fiordo protetto di Puerto Williams per fungere da molo per le barche in transito, ha un fascino tutto particolare. Dalla sua coperta inclinata si accede al ponte e nella cabina di comando dove, guidoni, foto, bandiere e libri raccontano la storia di tanti velisti passati da qui. 


Ormai abituati alla farraginosa burocrazia dei paesi sudamericani, con santa pazienza, facciamo il giro delle autorità cilene: prima l’armada poi l’immigrazione seguita dalla dogana ed infine il ministero dell’agricoltura che, vorrebbe ispezionare la cambusa ma che riusciamo a distrarre e far rimanere in pozzetto cavandocela con un elenco (molto approssimativo) di quanto stivato in barca. L’iter si conclude di nuovo presso l’armada per ottenere il permesso di navigazione.
Finalmente possiamo partire. Dopo 100 miglia di navigazione raggiungiamo la zona dei ghiacciai della Cordillera Darwin, nel brazo nord-ovest del canale di Beagle. 




La prima notte è magica. Non appena finiamo di ancorare nel Seno Pia con due cime a terra, la prua rivolta al ghiacciaio, il cielo, chiaro anche a sera tarda, ci regala un arcobaleno indimenticabile.


La meteo prevede vento in aumento nei prossimi giorni quindi, ripartiamo subito per raggiungere il punto più ad ovest possibile per poi navigare con vento a favore.
Dirigiamo verso il Seno Garibaldi, che risaliamo fino in fondo per circa 10 miglia. Prima che il ghiacciaio appaia alla nostra vista vediamo aumentare il numero di pezzi di ghiaccio alla deriva. Infine lo vediamo, sullo sfondo, si tuffa in mare dopo una lunga discesa dalle vette della cordigliera. La superficie è resa irregolare dai continui movimenti ed assestamenti, tra le fessure spicca il colore blu. L'approcciamo con cautela, è talmente imponente che non riusciamo a capire a che distanza ci troviamo. Non osiamo avvicinarci troppo. Mettiamo il gommone in acqua per scattare qualche foto alla barca. Di fronte a quella immensa parete la ZoomaX appare come un modellino in miniatura. Ancora più evidente è il contrasto con il tender, un puntino colorato appena visibile sullo sfondo di ghiaccio.




Sulla via del ritorno ci avviciniamo a degli scogli da cui provengono i versi inconfondibili dei leoni marini. Li vediamo sdraiati sulle rocce, hanno i piccoli. Alcuni maschi si sono spinti fin su un tappeto erboso fiorito poco lontano, permettendoci di catturare un’immagine senza dubbio inconsueta.


 
Anche il giorno successivo, nel Seno Ventisquero, la vista del ghiacciaio ci lascia senza parole. All’arrivo ci sono meno pezzi di ghiaccio alla deriva rispetto al Garibaldi. Vediamo che lo specchio d’acqua a ridosso del ghiacciaio è protetto dal vento. Questo ci induce ad avvicinarci. Ci sovrasta e… ci parla: emette degli stridii e dei boati che anticipano di qualche decina di secondi il distacco di grandi blocchi di ghiaccio che cadono in mare. L’onda che ne deriva per fortuna è lunga e non frange e, superato lo spavento iniziale, non crea alcun problema.


 






L’unica fonte di preoccupazione è il suo dividersi in tanti pezzi più piccoli che circondano la barca e che, se troppo ravvicinati, possono rendere complicata la navigazione. Ci rendiamo conto che ZoomaX, pur con il suo robusto scafo in alluminio, non è adatta alla navigazione tra i ghiacci. Troppe appendici sull’opera viva sono a rischio danni, soprattutto l’elica (non protetta da uno skeg) ed il sonar di prua. E poi ogni contatto con il ghiaccio si porta via un po’ di antivegetativa.
Con il tender ci avviciniamo ad un blocco di ghiaccio appena caduto e con l’aiuto del martello riusciamo a staccarne un pezzo. Questa sera per l’aperitivo ci aspetta un Gin Tonic con ghiaccio millenario!




Il terzo ghiacciaio, nel braccio ovest del Seno Pia riusciamo a vederlo solo da lontano. La superficie del mare in fondo al fiordo è interamente ricoperta di ghiaccio alla deriva, avanzare sarebbe troppo pericoloso.



L’ultima notte nella zona dei ghiacciai la passiamo a Caleta Olla. L’ancoraggio si rivela, come dice Giorgio Ardrizzi, un garage. Il vento forte colpisce la testa dell’albero ma cade 10-20 metri oltre la prua di ZoomaX. Intorno a noi c’è calma piatta.
Il mattino successivo il canale di Beagle ci accoglie con 40 nodi di vento. Chiamiamo al VHF il controllo dell’Armada per comunicare il nostro programma di navigazione diretta fino a Puerto Williams. Ci raccomandano di avere ben chiari i punti di ridosso in caso le condizioni meteo peggiorino. Sembrano preoccupati. Il vento, effettivamente costante sopra i 40 nodi, in tarda mattinata aumenta a 50 e le raffiche arrivano a 60. Navighiamo tutto il giorno con la sola trinchetta, facendo una media di oltre 10 nodi con picchi a 14-15.
Il Beagle è bianco e si alzano turbini d'acqua, l’onda monta nonostante il poco fetch. Il cielo, inizialmente plumbeo, si apre ed esce un bel sole. Il kelp in questa navigazione è il nostro peggiore nemico, quando non riusciamo ad evitarlo si infila tra i timoni, rallenta la barca o peggio tende a farla virare.


 
Il più grande regalo della giornata è vedere diminuire il vento poco prima di approcciare la rada di Puerto Williams. Prendiamo una boa allo YC Micalvi e tiriamo un sospiro di sollievo per essere riusciti ad arrivare senza danni.


Dopo una breve tappa a Ushuaia, dove Diego e Mariella purtroppo sbarcano per tornare a casa, torniamo a Puerto Williams per poi affrontare il tratto di  navigazione più temuto, Cabo de Hornos.




 








Trascriviamo qui la cronaca tratta dal diario di bordo.

CILE
Puerto Williams – Ilsa Herschel, Caleta Martial

21-22 Gennaio 2019
Coordinate alle 00h00: 54°56,535S – 067°37,266W
La Capitania ci rilascia il permesso di navigazione per andare a Capo Horn.
Partiamo alle 10h30. Il vento, inizialmente debole, aumenta. Percorriamo il Canale Beagle verso est e con un bel vento in poppa passiamo a sud di Isla Picton. All’inizio del Paso Goree, tra Isla Navarino e Isla Lennox, dobbiamo fare lo slalom tra il kelp. Intanto viene a trovarci un bel gruppo di delfini australi. Finito il passo Goree, attraversiamo Bahia Nassau fino a costeggiare Isla Wollaston. Purtroppo senza poter tangonare (non abbiamo ancora aggiunto i rivetti per rinforzare la rotaia), dobbiamo fare bordi per evitare la poppa piena. A sud-est di Wollaston, giriamo intorno a Isla Reycinet e andiamo ad ancorare a Caleta Martial, su Isla Herschel. Sono le 22h30, abbiamo percorso 78 miglia. Ancoriamo su 7 mt di fondo sabbioso, buon tenitore, con 80 mt di catena. Domani ci fermeremo qui perché è prevista una sventolata da ovest.
Così è, passiamo tutto il giorno di martedì chiusi in barca, con 50 e passa nodi di vento ed il timore che l’ancora non tenga.


CILE
Ilsa Herschel, Caleta Martial – Isla de Horno – Isla Lennox, Caleta Cutter

23 Gennaio 2019
Coordinate alle 00h00: 55°49,342S – 067°17,690W
Appena il vento da ovest diminuisce d’intensità, alle 05h00 salpiamo. Da Caleta Martial dirigiamo verso il Paso Mar de Sur superato il quale, ci appare Isla de Hornos.  E’ più grande di quanto immaginassimo. Ci sono 20 nodi di vento da nord-ovest. Decidiamo di fare il giro antiorario. Purtroppo il cielo è plumbeo e la visibilità scarsa. Sul lato ovest vediamo dei bei faraglioni, sul lato sud passiamo sotto il capo con il faro e verso la punta sud-est vediamo chiaramente il monumento dedicato ai Cap Horniers, una scultura metallica che rappresenta un grande albatros, poco distante la base dell’Armada che sull’isola svolge un’intensa attività di controllo sul traffico di navi da crociera e barche da diporto che vanno e vengono dall’Antartide. Il vento, che nel frattempo è girato a nord rinforzando, ci dissuade dal tentare lo sbarco. L’unico ancoraggio possibile, Caleta Leon, è precaria da tutti i punti di vista, il fondale è profondo, roccioso e ricoperto di kelp, ed inoltre esposto a nord. In condizioni di calma avremmo potuto sbarcare a due a due, in modo da mantenere un presidio a bordo ma, con le condizioni meteo odierne abbandoniamo l’idea. Inoltre vorremmo cercare di guadagnare miglia a nord e  tornare nel canale di Beagle prima della prossima depressione, particolamente intensa, prevista per dopodomani.
Vista l’impossibilità di risalire con rotta diretta, decidiamo di costeggiare il lato sud di Isla Herschel prima e, successivamente, di Isla Wollaston, poi facciamo un bordo attraverso Paso Mantellero fino ad est di Peninsula Hardy e infine viriamo e con un unico bordo attraversiamo Bahia Nassau in direzione nord-est e raggiungiamo Isla Lennox dove, alle 21h00, dopo aver navigato 109 miglia, quasi tutte di bolina, ancoriamo a Caleta Cutter, sulla punta sud-est. Siamo stanchi morti.

CILE
Isla Lennox, Caleta Cutter – Puerto Williams

24 Gennaio 2019
Coordinate alle 00h00: 55°20,077S – 066°52,071W
Dopo esserci svegliati alle 02h00 per un colpo di vento da sud-ovest, non previsto, che ci fa avvicinare molto alle rocce del lato nord di Caleta Cutter, alle 06h00, approfittiamo della calma per partire.
E’ una bella giornata di sole.
Risaliamo verso nord lungo la costa est di Isla Lennox e poi puntiamo sul canale di Beagle passando a sud di Isla Picton. Inizialmente non c’è vento, poi verso metà mattinata, ricomincia il vento da nord, che in un attimo arriva a 30 nodi. Arranchiamo un po’ fino alla punta nord-ovest di Picton poi, con l’aiuto della trinchetta, riusciamo a precorrere le ultime miglia nel canale di Beagle a vela-motore. Alle 14h00 arriviamo a Puerto Williams e ci ormeggiamo a quella che ormai consideriamo la nostra boa dello YC Micalvi, felici di aver doppiato Capo Horn, il mito di tutti i velisti ma, ancora di più, di averlo fatto senza incidenti!




Grazie a Monica e Danilo per le numerose foto scattate che arricchiscono questo post.

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