Andare per mare, per conoscere la terra



mercoledì 15 gennaio 2020

Nuova Zelanda - Ritorno nel Northland

 

Il fatto che Davide, mio cugino, mi abbia raggiunto fin quaggiù in Nuova Zelanda e mi accompagni da Opua fino a Whangarei dove metteremo in secca la ZoomaX prima del mio ritorno in Italia, è di gran sollievo sia per me sia per Anna che, come una “grande sorella”, ci segue dall’altra parte del mondo.

 

Dopo aver accompagnato Matteo e Corinna al bus per Auckland, decidiamo di affittare un’auto per fare un po’ i turisti nel Northland. Prima però, veniamo coinvolti nella serata “Cruisers Princess Party” organizzata dal locale Yacht Club per festeggiare l’arrivo in Nuova Zelanda di tutti gli yachties dalle isole del sud pacifico. Il dress code viene preso sul serio da molti invitati e scatena un’irrefrenabile ilarità. Noi ci limitiamo ad indossare le due parrucche tongane lasciate in eredità da Alessandra e Monica.

 



 

Ancora un po’ rintronati, il giorno seguente ci facciamo trascinare sul molo del porto vecchio da una fiumana di gente intenta ad accodarsi per visitare tre storici velieri: Spirit of New Zealand, l’Endeavour dell’Ammiraglio Cook e la Tucker Thompson.

La folla è tanta, riusciremo comunque a visitare l’Endeavour e la Tucker Thompson. Quest’ultima naviga nella Bay of Island facendo scuola di vela. Il gommone a poppa è un compromesso…

 




 











L’esplorazione del Northland comincia a Russell, raggiungibile da Opua con un traghettino. La prima capitale della Nuova Zelanda è un paesino costituito da semplici abitazioni in legno molte delle quali risalgono ai tempi dei colonizzatori britannici, all’inizio dell’800.

 



 

Con una bella camminata attraverso la boscaglia raggiungiamo Tapeka Point dalla quale si ha un colpo d’occhio su gran parte della Bay of Islands. 

 


Il viaggio prosegue verso nord, territorio storicamente occupato dai maori, dove si trovano ancora resti o ricostruzioni di antichi insediamenti. Verso l’estremo nord il clima è il più vicino a quello tropicale da cui provenivano i primi colonizzatori giunti in Nuova Zelanda dalle isole del pacifico. Qui i maori coltivavano i vegetali a loro familiari, la patata dolce, il taro, la zucca e crescevano le piante che conoscevano come l’avocado e la palma da cocco. 

 

 


Cape Reinga è un sito sacro molto caro ai maori ancora oggi. Un faro e un albero solitari abitano questo capo battuto dai venti. La tradizione vuole che da qui transiti lo spirito dei maori dopo la morte e attraverso la radice dell’albero pohutukawa raggiunga il mondo sommerso (Reinga). Lo spirito viaggia poi sott’acqua fino alle Isole dei Tre Re, poche miglia più a nord, dove risale a Ohaua, il punto più alto, per dare l’ultimo addio prima di tornare alla terra degli antenati, Hawaiiki-A-Nui.

 

La giornata è splendida, la luce ed i colori sono meravigliosi. Il faro di Cape Reinga aiuta i naviganti a evitare le sue prossimità, luogo d’incontro di forti correnti di direzioni contrapposte che, per i bassi fondali, generano onde importanti.

 

 

Poco distante dal capo sul versante occidentale, la 90 Miles Beach (che poi è una novantina di Km) ospita delle suggestive dune di sabbia...

 

 

 

È ora di riprendere il mare per avvicinarsi a Whangarei dove la ZoomaX verrà alata per qualche mese, durante la nostra visita a casa. La Bay of Islands e il tratto di costa tra questa e Whangarei offrono un buon numero di ancoraggi che valgono la pena d’essere visitati. 
La meteo, come sempre, guida le nostre scelte e poiché è previsto vento da N-NO diamo fondo nella Urupukapuka Bay sull’isola omonima.
 


Tutte le isole della Bay of Islands sono riserva naturale, abitate in prevalenza da varie specie di uccelli tra cui i kiwi, difficilmente avvistabili per le loro abitudini notturne, e da innumerevoli pecore.

 





 

A Waiwhapuku Bay sull’isola di Moturua, ritroviamo gli amici brasiliani Lucia e Germano di Arthi e Jean Pierre di Catleya che non vedevamo da un po’. È sempre bello ritrovarsi e subito l’aperitivo è organizzato!

 


A terra troviamo alcune tra le innumerevoli specie di felci, simbolo della Nuova Zelanda

 


Approfittiamo di un giorno di calma piatta per lasciare Bay of Islands nella speranza di vedere i mammiferi che popolano numerosi questa zona. Non è raro incontrare balene, orche, leoni marini e foche leopardo ma purtroppo non avremo fortuna.

Raggiungiamo Whangamumu, dove anticamente era installata una base per la lavorazione delle carcasse delle balene, in tempo per ridossarci dal vento che sta rinforzando, e una bella famigliola di tursiopi viene a farci visita intrattenendoci con festose evoluzioni.

 



L’immancabile esplorazione a terra ci regalerà panorami fantastici.



L’ultimo ancoraggio è Tutukaka.

È una baia ben protetta salvo con vento da est, che risulta perfetta per aspettare la perturbazione in arrivo dal Mar di Tasmania e la relativa rotazione del vento e abbondante pioggia prevista nelle ore seguenti il nostro arrivo.



Le alture nell’entroterra di Tutukaka sono rinomate per ospitare diversi esemplari di Kauri, imponenti e longevi alberi endemici dell’isola nord della Nuova Zelanda. Il Tane Moana (Sea man), con la sua circonferenza di circa 11 metri, è descritto come il più grande Kauri della costa est.

 


 

Al tramonto assistiamo agli allenamenti di ragazzi e ragazze sulle canoe polinesiane a bilanciere. Solcano l’acqua a gran velocità con leggerezza. È uno sport molto popolare, praticato a tutte le età che suscita tutta la nostra ammirazione.

 


 

È oramai ora di risalire il fiume Hatea per raggiungere il Whangarei Marina, piccolo marina nel cuore della città e preparare la ZoomaX per l’alaggio. Il tratto di fiume da percorrere è di una dozzina di miglia con la parte finale in cui possiamo navigare solo con alta marea. C’è anche un ponte basculante da passare, teatro di una piccola avventura quando arrivammo per la prima volta 6 anni fa e che raccontammo nel post di allora.

 




L’ormeggio in centro città è il punto di ritrovo di una buona parte degli amici naviganti e ci fa riscoprire il piacere di poter approfittare del ristorante sotto casa, dopo tanto tempo.

Intanto ci mettiamo al lavoro, il 27 Novembre si esce dall’acqua al Dockland 5 e la ZoomaX va preparata.

 

 

L’arrivo in Nuova Zelanda del 2019 ha avuto un sapore diverso rispetto a quello del 2013. Allora fu una grande emozione l’aver raggiunto gli antipodi con la nostra barca dopo oltre un anno di navigazione. Questa volta ha prevalso la sensazione rincuorante di tornare in luoghi già vissuti, di ritrovare la calorosa accoglienza dei kiwi. È stato come ritrovare una casa lasciata da tempo. Mancava solo Anna.

martedì 31 dicembre 2019

sabato 30 novembre 2019

Da Tonga alla Nuova Zelanda - novembre 2019

È la prima volta che ci rechiamo a Nuku’alofa, la capitale del Regno di Tonga. Avvicinandoci agli atolli che formano il gruppo di Tongatapu, il colore dell’acqua con la sua dominante verde ci conferma che siamo scesi più a sud e anche la trasparenza ne risente.

Qui ci prepareremo per la traversata verso la Nuova Zelanda, poco più di 1.000 miglia di oceano con la possibilità di una sosta a Minerva Reef Nord, un anello di corallo senza terra emersa, accessibile tramite una pass sul lato nord-ovest. L’atollo offre un discreto riparo dalle onde dell’oceano, anche se con l’alta marea si balla abbastanza, ma soprattutto la sua posizione a 250 miglia di navigazione da Tongatapu, consente la verifica della finestra meteo per la Nuova Zelanda. A queste latitudini le condizioni meteo sono caratterizzate da un’alta variabilità dovuta al continuo passaggio di depressioni.

Per questa traversata ci raggiungeranno Matteo e Corinna che, da poco sposini, si sono finalmente concessi un po’ di tempo per loro, per navigare e per esplorare la terra dei Kiwi.



Purtroppo da casa arrivano cattive notizie sullo stato di salute della mamma di Anna che decide di rientrare appena possibile. Il dispiacere è tanto, per la mamma ovviamente, ma anche perché ci dobbiamo separare in un momento così doloroso e perché non potrà navigare con Matteo e Corinna, cosa che aspettava da tempo. Prima di lasciarci vuole che la ZoomaX sia pronta per partire e che Corinna non debba occuparsi della cambusa, già avrà due belve da gestire quando invece dovrebbe essere in luna di miele!

Avere Matteo a bordo in una traversata potenzialmente complicata è sia una tranquillità sia una preziosa opportunità per imparare da chi ha tanta esperienza di navigazione e di barche.  Per chi non lo sapesse, Matteo Miceli è uno dei navigatori che ha fatto la storia della vela italiana. Al suo attivo due traversate atlantiche su catamarano open di 20’ con relativo record, una in doppio e una in solitario. Un giro del mondo in solitario e senza scalo su un class 40 ecosostenibile con motore elettrico, Eco 40 che ha perso la chiglia risalendo l’atlantico al largo del Brasile. Come Biondina Nera anche Eco 40 è stata recuperata da Matteo e oggi naviga nuovamente.

Per chi fosse interessato a conoscere più approfonditamente la sua storia e le sue avventure, ha scritto due libri: L’oceano a mani nude e Tre capi non bastano.


Con Matteo ci occupiamo ancora di riempire i serbatoi del gasolio, cosa non facile da queste parti, dinghy, taxi e taniche ci consentono di risolvere la questione con un solo giro; 280 litri ci bastano per ricostituire il pieno.




Anna il 20 ottobre ci lascia per tornare in Italia, ora è solo questione di aspettare una buona finestra per partire. Decidiamo di allontanarci dal paese e attendere dove poter esplorare barriera corallina e isole. La nostra meta è Tufaka, piccola isola con un ancoraggio su sabbia poco profondo, 6/7 metri, circondato da reef e teste di corallo.



Il giorno dopo sbarchiamo sull’isoletta che presenta una vegetazione fittissima con al centro una luce di segnalazione per la navigazione.  La plastica dove la corrente si placa, è abbondante, chiaro segno della vicinanza al centro abitato. Tra questa c’è una bella barra di teflon che non mi lascio certo scappare.
Al nostro ritorno una lancia viene a farci visita chiedendo se abbiamo bisogno di aiuto per uscire dal labirinto di coralli. Non intendiamo muoverci, passeremo qui la notte. La serata che avanza è tranquilla e attorno a noi il mare si popola di vita con un’aquila di mare che ci intrattiene con le sue eleganti evoluzioni.



La premura dimostrata dall’equipaggio della lancia ci invoglia, il giorno seguente, a sbarcare sull’isola di ‘Atata.

C’è un resort chiuso e un piccolo villaggio. Prima di andare in esporazione, riusciamo comunque a prendere una birretta locale e a scambiare qualche piacevole parola con la gestrice del resort che ci racconta come una volta la proprietà fosse italiana.










Il villaggio è costituito da una manciata di case costruite ai lati di un viale erboso. Ci sono anche un paio di scuole per i più piccini e i ragazzini, timidi ma incuriositi, scambiano qualche parola con noi. I giardini sono curati e ci sono anche un rustico campo da calcio e l’immancabile chiesa.




Il 22 ottobre decidiamo di spostarci a ridosso dell’isola di Fafa. Da queste parti, per la presenza di bassifondi e d’innumerevoli teste di corallo, la navigazione assomiglia ad un percorso in un campo minato. Per questo, prima di partire, sfruttiamo il preziosissimo ausilio delle foto satellitari per tracciare una rotta che ci dia una qualche tranquillità. Il tempo non è dei più belli ma sappiamo bene che una volta messa la maschera tutto torna a meravigliare così saltiamo sul dinghy per tuffarci sovracorrente alla piccola pass a Est dell’isola. Il corallo non è particolarmente colorato ma in compenso è piuttosto rigoglioso e dà origine a maestose formazioni. I pesci non mancano, tartarughe e razze ci accompagnano, spinti dalla corrente . 

Nei giorni successivi il tempo continua a essere mediocre riservandoci anche qualche goccia d’acqua. Decido di approfittarne per dare un’altra spazzolata alla carena, il tempo scorre e la vita acquatica ha già voglia di colonizzarla nuovamente. Le autorità neozelandesi richiedono espressamente che questa sia pulita al massimo un paio di settimane prima di partire per il loro paese e qui la finestra meteo non si fa vedere…

Ci spostiamo al Pangai Motu dove ci sono la maggior parte di barche che hanno in programma di traversare verso la Nuova Zelanda. Sul motu c’è una specie di Yacht Club, Big Mama, che offre alcuni servizi ai naviganti tra i quali la navetta per il paese.



Il 25 decidiamo di fare l’uscita da Tonga e le ultime spese. Arditamente scegliamo lo Zoomaxino per spostarci. Dico arditamente perché Matteo ed io proprio pesi piuma non siamo. Nonostante tutto anche in tre riusciamo a planare, coprendo il miglio e mezzo che ci separa dalla città in un baleno e senza bagnarci!

La serata ci offre un colpo di vita con la festa di compleanno del figlio di Big Mama organizzata anche per finanziare la sua attività di triatleta. È l’occasione per fare due chiacchiere con gli altri naviganti e condividere i programmi. È deciso, si parte!

Il 26 ottobre alle salpiamo alla volta di Minerva Reef, 250 Miglia da Tongatapu, passando per la pass Ovest a lato dell’isola di ‘Atata. C’è un po’ d’aria e con randa piena e genoa, sfiliamo nelle acque protette tra l’isola e il reef a 9 nodi. Magari fosse tutta così!

Una volta in oceano il mare si ingrossa, anche più del previsto e facendo due conti ci accorgiamo che stiamo andando troppo forte per un atterraggio con buona luce. Matteo propone di ridurre generosamente vela, non siamo in regata e già la bolinazza larga in questo mare ribollente ci shakera a sufficienza. Prendiamo due mani di randa e in prua la trinchetta fa la sua apparizione. Nonostante ciò a un certo punto della notte tra il 27 e il 28 ottobre chiudiamo la trinca, non vogliamo arrivare alla pass al buio. In avvicinamento, ancora avvolti dalle tenebre, Minerva Reef ci riserva uno spettacolo speciale. Siamo letteralmente in mezzo all’oceano e vediamo davanti a noi un chiarore diffuso, come se ci fosse un abitato. Sono invece le luci di fonda delle barche già presenti all’interno dell’atollo. Poco dopo l’alba diamo fondo su 16 metri, su fondo sabbioso con numerose teste di corallo.



Il giorno seguente la comunità dei Minervini diventa assai corposa. Ci saranno una trentina di barche. Anna da casa ci fornisce due volte al giorno degli aggiornamenti meteo più elaborati rispetto ai grib che riusciamo a scaricare in barca. Le previsioni continuano a farci vedere vento sostenuto sul naso, meglio aspettare ed esplorare per quanto possibile quest’incredibile luogo.

Si fanno gite sul reef che con bassa marea è ricoperto da una lamina d’acqua di non più di 5 centimetri. Con marea crescente invece, questa diventa come un fiume che dirige verso l’interno per riempire l’atollo. Lo spettacolo offerto da questa natura ha dello stupefacente. La comunità prende l’abitudine di ritrovarsi sul reef per l’aperitivo mentre c’è chi si diverte con il kite-surf o snorkela lungo la parete interna del reef che è ricchissima di pesci niente affatto intimoriti dalla rara presenza umana.








I due piccoli centri depressionari formatisi tra due alte pressioni, si spostano molto lentamente e ci fanno intravedere una finestra che preannuncia bolina e poi bonaccia…il mare, per fortuna, da mosso dovrebbe calmarsi.



Il primo di novembre si parte per la Nuova Zelanda! La comunità di naviganti salpa l’ancora ed in fila indiana torna in mare aperto attraverso la pass di Minerva. Il convoglio è straordinariamente numeroso. L’instabilità delle condizioni meteo di queste ultime settimane ha indotto molte barche a sfruttare questa finestra per allontanarsi dalla fascia tropicale, dove proprio da oggi inizia ufficialmente la stagione dei cicloni. Il traffico è intenso, non solo da Tonga, ma anche da Fiji e dalla Nuova Caledonia.



La giornata è buona, il vento allegro. Appena fuori dalla pass caliamo la traina che dopo pochi minuti ci regala un bel barracuda. Io non amo particolarmente la carne del barracuda ma quello pescato in mare aperto è decisamente più saporito. Nuotare per procacciarsi il cibo gli fa bene! Matteo si dedica alla sua sfilettatura che, a barca sbandata, non è una delle operazioni più comode.

Il 3 novembre il mare è ancora importante e piuttosto incasinato, la direzione del vento ci costringe ad un bordo fuori rotta, sarebbe perfetto se dovessimo andare a Sydney! Lo sapevamo e non disperiamo, presto girerà. Corinna, nonostante la navigazione scomoda, ci prepara dei meravigliosi filetti di barracuda al forno con lime e olio extravergine, ottimo!

Il giorno seguente la prua della ZoomaX smette di battere, non vediamo più nessuna barca sull’AIS, il vento cala ed infine si spegne. Decidiamo di accendere il motore e far rotta diretta su Opua. Volvo ci terrà compagnia…per 51 ore. Non avremo più vento mentre il mare diventerà lentamente un olio.

L’attività principale è la traina e ben due tonnetti ci cascano. Il primo con carne molto rossa e parassitato dall’Anisakis. Matteo ne elimina la parte ventrale pulendo il più possibile il resto. La cottura avrà l’ultima parola. Il secondo è un ala lunga dagli occhi grossi che risulterà intatto e ci darà grosse soddisfazioni al palato.

Degna di nota è l’encomiabile dedizione alla panificazione che Corinna mantiene anche durante le lunghe ore “rumorose”, indubbiamnte spinta dallo sforzo profuso da Matteo affinché il pane non faccia in tempo a diventare gommoso. Ripreso per questo, si avventurerà in una sfida all’ultimo lievito… la perderà.



Avvistiamo la costa della Nuova Zelanda mentre navighiamo in questo mare calmo a motore e vela; evitiamo per poco un frontale con una balenottera, probabilmente una Sei, che dopo la virata di entrambi, sfila a non più di un paio di metri. Speriamo di incontrare anche le orche, che si avvistano di frequente in questa zona, ma non siamo fortunati.



L’ingresso nella Bay of Island è sempre emozionante, significa che si è arrivati; questo è anche il punto in cui atterrarono i polinesiani a bordo delle loro famose canoe, i primi a colonizzare questa terra.

Prima del tramonto del 6 Novembre ormeggiamo all’affollato pontile della quarantena di Opua, rispettando i tempi comunicati a Maritime Radio per il nostro arrivo.

Mio cugino Davide, col quale navigherò fino a Whangarei, è già arrivato. Purtroppo non potrà salire a bordo finché le pratiche d'ingresso nel paese non saranno terminate, se ne riparlerà domani.

La clearance fila liscia: poco del cibo delle scorte di bordo finirà nell’inceneritore, la pulizia della carena, documentata con un video, sarà ritenuta soddisfacente, la visita su tutti i letti di una scodinzolante labrador nera dalle zampe infagottate, non rileverà nulla di eccepibile.

In contemporanea Davide si occupa di trovare un ormeggio al Marina che occuperemo di lì a poco.  Finalmente ci si abbraccia.



L’indomani Matteo e Corinna sbarcheranno per salire a bordo di un mini-van affittato per girare il paese via terra e proseguire la luna di miele, questa volta tutta loro.