È la
prima volta che ci rechiamo a Nuku’alofa, la capitale del Regno di Tonga.
Avvicinandoci agli atolli che formano il gruppo di Tongatapu, il colore
dell’acqua con la sua dominante verde ci conferma che siamo scesi più a sud e
anche la trasparenza ne risente.
Qui
ci prepareremo per la traversata verso la Nuova Zelanda, poco più di 1.000
miglia di oceano con la possibilità di una sosta a Minerva Reef Nord, un anello
di corallo senza terra emersa, accessibile tramite una pass sul lato nord-ovest.
L’atollo offre un discreto riparo dalle onde dell’oceano, anche se con l’alta
marea si balla abbastanza, ma soprattutto la sua posizione a 250 miglia di
navigazione da Tongatapu, consente la verifica della finestra meteo per la Nuova
Zelanda. A queste latitudini le condizioni meteo sono caratterizzate da un’alta
variabilità dovuta al continuo passaggio di depressioni.
Per
questa traversata ci raggiungeranno Matteo e Corinna che, da poco sposini, si
sono finalmente concessi un po’ di tempo per loro, per navigare e per esplorare
la terra dei Kiwi.
Purtroppo
da casa arrivano cattive notizie sullo stato di salute della mamma di Anna che
decide di rientrare appena possibile. Il dispiacere è tanto, per la mamma
ovviamente, ma anche perché ci dobbiamo separare in un momento così doloroso e
perché non potrà navigare con Matteo e Corinna, cosa che aspettava da tempo. Prima
di lasciarci vuole che la ZoomaX sia pronta per partire e che Corinna non debba
occuparsi della cambusa, già avrà due belve da gestire quando invece dovrebbe
essere in luna di miele!
Avere Matteo a bordo in una traversata potenzialmente
complicata è sia una tranquillità sia una preziosa opportunità per imparare da
chi ha tanta esperienza di navigazione e di barche. Per chi non lo sapesse, Matteo Miceli è uno
dei navigatori che ha fatto la storia della vela italiana. Al suo attivo due
traversate atlantiche su catamarano open di 20’ con relativo record, una in
doppio e una in solitario. Un giro del mondo in solitario e senza scalo su un
class 40 ecosostenibile con motore elettrico, Eco 40 che ha perso la chiglia
risalendo l’atlantico al largo del Brasile. Come Biondina Nera anche Eco 40 è
stata recuperata da Matteo e oggi naviga nuovamente.
Per chi fosse interessato a conoscere più
approfonditamente la sua storia e le sue avventure, ha scritto due libri: L’oceano
a mani nude e Tre capi non bastano.
Con
Matteo ci occupiamo ancora di riempire i serbatoi del gasolio, cosa non facile
da queste parti, dinghy, taxi e taniche ci consentono di risolvere la questione
con un solo giro; 280 litri ci bastano per ricostituire il pieno.
Anna il 20 ottobre ci lascia per tornare in Italia,
ora è solo questione di aspettare una buona finestra per partire. Decidiamo di
allontanarci dal paese e attendere dove poter esplorare barriera corallina e
isole. La nostra meta è Tufaka, piccola isola con un ancoraggio su sabbia poco
profondo, 6/7 metri, circondato da reef e teste di corallo.
Il giorno dopo
sbarchiamo sull’isoletta che presenta una vegetazione fittissima con al centro
una luce di segnalazione per la navigazione.
La plastica dove la corrente si placa, è abbondante, chiaro segno della
vicinanza al centro abitato. Tra questa c’è una bella barra di teflon che non
mi lascio certo scappare.Al nostro ritorno una lancia viene a farci visita
chiedendo se abbiamo bisogno di aiuto per uscire dal labirinto di coralli. Non intendiamo muoverci, passeremo qui la notte. La serata
che avanza è tranquilla e attorno a noi il mare si popola di vita con un’aquila
di mare che ci intrattiene con le sue eleganti evoluzioni.
La
premura dimostrata dall’equipaggio della lancia ci invoglia, il giorno seguente,
a sbarcare sull’isola di ‘Atata.
C’è
un resort chiuso e un piccolo villaggio. Prima di andare in esporazione, riusciamo comunque a prendere una birretta locale e a scambiare qualche piacevole parola
con la gestrice del resort che ci racconta come una volta la proprietà fosse
italiana.
Il
villaggio è costituito da una manciata di case costruite ai lati di un viale
erboso. Ci
sono anche un paio di scuole per i più piccini e i ragazzini, timidi ma
incuriositi, scambiano qualche parola con noi. I giardini sono curati e ci sono
anche un rustico campo da calcio e l’immancabile chiesa.


Il 22 ottobre decidiamo di spostarci a ridosso
dell’isola di Fafa. Da queste parti, per la presenza di bassifondi e d’innumerevoli
teste di corallo, la navigazione assomiglia ad un percorso in un campo minato.
Per questo, prima di partire, sfruttiamo il preziosissimo ausilio delle foto
satellitari per tracciare una rotta che ci dia una qualche tranquillità. Il
tempo non è dei più belli ma sappiamo bene che una volta messa la maschera
tutto torna a meravigliare così saltiamo sul dinghy per tuffarci sovracorrente
alla piccola pass a Est dell’isola. Il corallo non è particolarmente colorato
ma in compenso è piuttosto rigoglioso e dà origine a maestose formazioni. I
pesci non mancano, tartarughe e razze ci accompagnano, spinti dalla corrente .
Nei
giorni successivi il tempo continua a essere mediocre riservandoci anche
qualche goccia d’acqua. Decido di approfittarne per dare un’altra spazzolata
alla carena, il tempo scorre e la vita acquatica ha già voglia di colonizzarla
nuovamente. Le autorità neozelandesi richiedono espressamente che questa sia
pulita al massimo un paio di settimane prima di partire per il loro paese e qui
la finestra meteo non si fa vedere…
Ci
spostiamo al Pangai Motu dove ci sono la maggior parte di barche che
hanno in programma di traversare verso la Nuova Zelanda. Sul motu c’è una
specie di Yacht Club, Big Mama, che offre alcuni servizi ai naviganti tra i
quali la navetta per il paese.
Il
25 decidiamo di fare l’uscita da Tonga e le ultime spese. Arditamente scegliamo
lo Zoomaxino per spostarci. Dico arditamente perché Matteo ed io proprio pesi
piuma non siamo. Nonostante tutto anche in tre riusciamo a planare, coprendo il
miglio e mezzo che ci separa dalla città in un baleno e senza bagnarci!
La
serata ci offre un colpo di vita con la festa di compleanno del figlio di Big
Mama organizzata anche per finanziare la sua attività di triatleta. È
l’occasione per fare due chiacchiere con gli altri naviganti e condividere i programmi.
È deciso, si parte!
Il
26 ottobre alle salpiamo alla volta di Minerva Reef, 250 Miglia da
Tongatapu, passando per la pass Ovest a lato dell’isola di ‘Atata. C’è un po’
d’aria e con randa piena e genoa, sfiliamo nelle acque protette tra l’isola e
il reef a 9 nodi. Magari fosse tutta così!
Una
volta in oceano il mare si ingrossa, anche più del previsto e facendo due conti
ci accorgiamo che stiamo andando troppo forte per un atterraggio con buona
luce. Matteo propone di ridurre generosamente vela, non siamo in regata e già
la bolinazza larga in questo mare ribollente ci shakera a sufficienza.
Prendiamo due mani di randa e in prua la trinchetta fa la sua apparizione.
Nonostante ciò a un certo punto della notte tra il 27 e il 28 ottobre chiudiamo
la trinca, non vogliamo arrivare alla pass al buio. In avvicinamento, ancora
avvolti dalle tenebre, Minerva Reef ci riserva uno spettacolo speciale. Siamo
letteralmente in mezzo all’oceano e vediamo davanti a noi un chiarore diffuso,
come se ci fosse un abitato. Sono invece le luci di fonda delle barche già
presenti all’interno dell’atollo. Poco dopo l’alba diamo fondo su 16 metri, su
fondo sabbioso con numerose teste di corallo.

Il
giorno seguente la comunità dei Minervini diventa assai corposa. Ci saranno una
trentina di barche. Anna da casa ci fornisce due volte al giorno degli aggiornamenti
meteo più elaborati rispetto ai grib che riusciamo a scaricare in barca. Le
previsioni continuano a farci vedere vento sostenuto sul naso, meglio aspettare
ed esplorare per quanto possibile quest’incredibile luogo.
Si
fanno gite sul reef che con bassa marea è ricoperto da una lamina d’acqua di
non più di 5 centimetri. Con marea crescente invece, questa diventa come un
fiume che dirige verso l’interno per riempire l’atollo. Lo spettacolo offerto
da questa natura ha dello stupefacente. La comunità prende l’abitudine di ritrovarsi
sul reef per l’aperitivo mentre c’è chi si diverte con il kite-surf o snorkela
lungo la parete interna del reef che è ricchissima di pesci niente affatto
intimoriti dalla rara presenza umana.

I
due piccoli centri depressionari formatisi tra due alte pressioni, si spostano molto
lentamente e ci fanno intravedere una finestra che preannuncia bolina e poi
bonaccia…il mare, per fortuna, da mosso dovrebbe calmarsi.
Il
primo di novembre si parte per la Nuova Zelanda! La comunità di naviganti salpa
l’ancora ed in fila indiana torna in mare aperto attraverso la pass di Minerva.
Il convoglio è straordinariamente numeroso. L’instabilità delle condizioni
meteo di queste ultime settimane ha indotto molte barche a sfruttare questa
finestra per allontanarsi dalla fascia tropicale, dove proprio da oggi inizia
ufficialmente la stagione dei cicloni. Il traffico è intenso, non solo da
Tonga, ma anche da Fiji e dalla Nuova Caledonia.
La giornata è buona, il vento allegro. Appena
fuori dalla pass caliamo la traina che dopo pochi minuti ci regala un bel
barracuda. Io non amo particolarmente la carne del barracuda ma quello pescato
in mare aperto è decisamente più saporito. Nuotare per procacciarsi il cibo gli
fa bene! Matteo si dedica alla sua sfilettatura che, a barca sbandata, non è
una delle operazioni più comode.
Il 3
novembre il mare è ancora importante e piuttosto incasinato, la direzione del vento ci
costringe ad un bordo fuori rotta, sarebbe perfetto se dovessimo andare a
Sydney! Lo sapevamo e non disperiamo, presto girerà. Corinna, nonostante la navigazione scomoda, ci prepara dei meravigliosi filetti di barracuda al forno con lime e olio
extravergine, ottimo!
Il
giorno seguente la prua della ZoomaX smette di battere, non vediamo più nessuna
barca sull’AIS, il vento cala ed infine si spegne. Decidiamo di accendere il
motore e far rotta diretta su Opua. Volvo
ci terrà compagnia…per 51 ore. Non avremo più vento mentre il mare diventerà
lentamente un olio.
L’attività
principale è la traina e ben due tonnetti ci cascano. Il primo con carne molto
rossa e parassitato dall’Anisakis. Matteo ne elimina la parte ventrale pulendo
il più possibile il resto. La cottura avrà l’ultima parola. Il
secondo è un ala lunga dagli occhi grossi che risulterà intatto e ci darà
grosse soddisfazioni al palato.
Degna
di nota è l’encomiabile dedizione alla panificazione che Corinna mantiene anche
durante le lunghe ore “rumorose”, indubbiamnte spinta dallo sforzo profuso da Matteo
affinché il pane non faccia in tempo a diventare gommoso. Ripreso per questo,
si avventurerà in una sfida all’ultimo lievito… la perderà.
Avvistiamo la
costa della Nuova Zelanda mentre navighiamo in questo mare calmo a motore e vela; evitiamo per poco un frontale con una balenottera,
probabilmente una Sei, che dopo la virata di entrambi, sfila a non più di un paio di metri. Speriamo di incontrare anche le orche, che si avvistano di frequente in questa zona, ma non siamo fortunati.
L’ingresso
nella Bay of Island è sempre emozionante, significa che si è arrivati; questo è anche il punto in cui atterrarono i polinesiani a bordo delle loro famose canoe, i primi a colonizzare questa terra.
Prima del tramonto del 6 Novembre ormeggiamo all’affollato pontile della quarantena di Opua, rispettando i
tempi comunicati a Maritime Radio per il nostro arrivo.
Mio cugino Davide, col quale navigherò fino a Whangarei, è già arrivato.
Purtroppo non potrà salire a bordo finché le pratiche d'ingresso nel paese
non saranno terminate, se ne riparlerà domani.
La clearance fila liscia: poco del cibo delle scorte di bordo finirà
nell’inceneritore, la pulizia della carena, documentata con un video, sarà
ritenuta soddisfacente, la visita su tutti i letti di una scodinzolante
labrador nera dalle zampe infagottate, non rileverà nulla di eccepibile.
In contemporanea Davide si occupa di trovare un
ormeggio al Marina che occuperemo di lì a poco.
Finalmente ci si abbraccia.
L’indomani
Matteo e Corinna sbarcheranno per salire a bordo di un mini-van affittato per
girare il paese via terra e proseguire la luna di miele, questa volta tutta
loro.