Andare per mare, per conoscere la terra



sabato 26 gennaio 2019

Cile - Ventisqueros e Cabo de Hornos



L’ultima tappa in Argentina è a Ushuaia, cittadina di ormai 70.000 abitanti il cui sviluppo ruota attorno al turismo. Le navi da crociera che si alternano sul molo non si contano, le più grandi provenienti dalle capitali sudamericane, le più piccole dirette in Antartide.



La via centrale, Avenida San Martìn, è un susseguirsi di negozi di souvenirs e di marchi famosi di abbigliamento sportivo, di bar e ristoranti. L’aria che si respira è quella di un paese di montagna, l’unica differenza è che se rivolgi lo sguardo a sud, vedi le barche che navigano nel canale di Beagle.


Al Club Nautico AFASyN, dove siamo ormeggiati in andana in mezzo ad altre due barche, ci raggiungono Diego e Mariella. In sei a bordo, tutti dotati di equipaggiamento invernale, la ZoomaX sembra un accampamento ma, siamo molto felici di poter condividere questo tratto di viaggio con degli amici. Tutti insieme facciamo una gita al Cerro Guanaco nel Parque Nacional Tierra del Fuego che, con i suoi 1000 metri di dislivello, mette a dura prova i muscoli delle nostre gambe fuori allenamento da troppo tempo. Durante le salita, osserviamo con curiosità la vegetazione sparire già a 600 metri di altitudine. Dalla vetta la vista sul canale di Beagle sui fiordi che lo attraversano e sulle nevi che lo sovrastano ci ripaga di tutta la fatica, mentre la bufera di vento gelido accompagnata da precipitazioni ghiacciate ci induce ad avviarci subito sulla via del ritorno.
Dopo aver rimpolpato la cambusa, facciamo le pratiche di uscita dall’Argentina e ripercorriamo 25 miglia verso est nel Beagle per raggiungere Puerto Williams sull’isola di Navarino nel lato opposto del canale, base militare in territorio cileno e porto d’ingresso. Rispetto al caos di Ushuaia a Puerto Williams si respira davvero un’aria da fin del mundo. È un piccolo centro abitato nato intorno all’avamposto militare più remoto del Cile dove la maggioranza della popolazione è residente temporanea ed è costituita dalle famiglie dei soldati; sobrietà e ordine traspaiono anche nel suo sviluppo urbanistico che risulta gradevole.



Anche lo Yacht Club Micalvi, una nave da carico appositamente arenata nelle acque basse del fiordo protetto di Puerto Williams per fungere da molo per le barche in transito, ha un fascino tutto particolare. Dalla sua coperta inclinata si accede al ponte e nella cabina di comando dove, guidoni, foto, bandiere e libri raccontano la storia di tanti velisti passati da qui. 


Ormai abituati alla farraginosa burocrazia dei paesi sudamericani, con santa pazienza, facciamo il giro delle autorità cilene: prima l’armada poi l’immigrazione seguita dalla dogana ed infine il ministero dell’agricoltura che, vorrebbe ispezionare la cambusa ma che riusciamo a distrarre e far rimanere in pozzetto cavandocela con un elenco (molto approssimativo) di quanto stivato in barca. L’iter si conclude di nuovo presso l’armada per ottenere il permesso di navigazione.
Finalmente possiamo partire. Dopo 100 miglia di navigazione raggiungiamo la zona dei ghiacciai della Cordillera Darwin, nel brazo nord-ovest del canale di Beagle. 




La prima notte è magica. Non appena finiamo di ancorare nel Seno Pia con due cime a terra, la prua rivolta al ghiacciaio, il cielo, chiaro anche a sera tarda, ci regala un arcobaleno indimenticabile.


La meteo prevede vento in aumento nei prossimi giorni quindi, ripartiamo subito per raggiungere il punto più ad ovest possibile per poi navigare con vento a favore.
Dirigiamo verso il Seno Garibaldi, che risaliamo fino in fondo per circa 10 miglia. Prima che il ghiacciaio appaia alla nostra vista vediamo aumentare il numero di pezzi di ghiaccio alla deriva. Infine lo vediamo, sullo sfondo, si tuffa in mare dopo una lunga discesa dalle vette della cordigliera. La superficie è resa irregolare dai continui movimenti ed assestamenti, tra le fessure spicca il colore blu. L'approcciamo con cautela, è talmente imponente che non riusciamo a capire a che distanza ci troviamo. Non osiamo avvicinarci troppo. Mettiamo il gommone in acqua per scattare qualche foto alla barca. Di fronte a quella immensa parete la ZoomaX appare come un modellino in miniatura. Ancora più evidente è il contrasto con il tender, un puntino colorato appena visibile sullo sfondo di ghiaccio.




Sulla via del ritorno ci avviciniamo a degli scogli da cui provengono i versi inconfondibili dei leoni marini. Li vediamo sdraiati sulle rocce, hanno i piccoli. Alcuni maschi si sono spinti fin su un tappeto erboso fiorito poco lontano, permettendoci di catturare un’immagine senza dubbio inconsueta.


 
Anche il giorno successivo, nel Seno Ventisquero, la vista del ghiacciaio ci lascia senza parole. All’arrivo ci sono meno pezzi di ghiaccio alla deriva rispetto al Garibaldi. Vediamo che lo specchio d’acqua a ridosso del ghiacciaio è protetto dal vento. Questo ci induce ad avvicinarci. Ci sovrasta e… ci parla: emette degli stridii e dei boati che anticipano di qualche decina di secondi il distacco di grandi blocchi di ghiaccio che cadono in mare. L’onda che ne deriva per fortuna è lunga e non frange e, superato lo spavento iniziale, non crea alcun problema.


 






L’unica fonte di preoccupazione è il suo dividersi in tanti pezzi più piccoli che circondano la barca e che, se troppo ravvicinati, possono rendere complicata la navigazione. Ci rendiamo conto che ZoomaX, pur con il suo robusto scafo in alluminio, non è adatta alla navigazione tra i ghiacci. Troppe appendici sull’opera viva sono a rischio danni, soprattutto l’elica (non protetta da uno skeg) ed il sonar di prua. E poi ogni contatto con il ghiaccio si porta via un po’ di antivegetativa.
Con il tender ci avviciniamo ad un blocco di ghiaccio appena caduto e con l’aiuto del martello riusciamo a staccarne un pezzo. Questa sera per l’aperitivo ci aspetta un Gin Tonic con ghiaccio millenario!




Il terzo ghiacciaio, nel braccio ovest del Seno Pia riusciamo a vederlo solo da lontano. La superficie del mare in fondo al fiordo è interamente ricoperta di ghiaccio alla deriva, avanzare sarebbe troppo pericoloso.



L’ultima notte nella zona dei ghiacciai la passiamo a Caleta Olla. L’ancoraggio si rivela, come dice Giorgio Ardrizzi, un garage. Il vento forte colpisce la testa dell’albero ma cade 10-20 metri oltre la prua di ZoomaX. Intorno a noi c’è calma piatta.
Il mattino successivo il canale di Beagle ci accoglie con 40 nodi di vento. Chiamiamo al VHF il controllo dell’Armada per comunicare il nostro programma di navigazione diretta fino a Puerto Williams. Ci raccomandano di avere ben chiari i punti di ridosso in caso le condizioni meteo peggiorino. Sembrano preoccupati. Il vento, effettivamente costante sopra i 40 nodi, in tarda mattinata aumenta a 50 e le raffiche arrivano a 60. Navighiamo tutto il giorno con la sola trinchetta, facendo una media di oltre 10 nodi con picchi a 14-15.
Il Beagle è bianco e si alzano turbini d'acqua, l’onda monta nonostante il poco fetch. Il cielo, inizialmente plumbeo, si apre ed esce un bel sole. Il kelp in questa navigazione è il nostro peggiore nemico, quando non riusciamo ad evitarlo si infila tra i timoni, rallenta la barca o peggio tende a farla virare.


 
Il più grande regalo della giornata è vedere diminuire il vento poco prima di approcciare la rada di Puerto Williams. Prendiamo una boa allo YC Micalvi e tiriamo un sospiro di sollievo per essere riusciti ad arrivare senza danni.


Dopo una breve tappa a Ushuaia, dove Diego e Mariella purtroppo sbarcano per tornare a casa, torniamo a Puerto Williams per poi affrontare il tratto di  navigazione più temuto, Cabo de Hornos.




 








Trascriviamo qui la cronaca tratta dal diario di bordo.

CILE
Puerto Williams – Ilsa Herschel, Caleta Martial

21-22 Gennaio 2019
Coordinate alle 00h00: 54°56,535S – 067°37,266W
La Capitania ci rilascia il permesso di navigazione per andare a Capo Horn.
Partiamo alle 10h30. Il vento, inizialmente debole, aumenta. Percorriamo il Canale Beagle verso est e con un bel vento in poppa passiamo a sud di Isla Picton. All’inizio del Paso Goree, tra Isla Navarino e Isla Lennox, dobbiamo fare lo slalom tra il kelp. Intanto viene a trovarci un bel gruppo di delfini australi. Finito il passo Goree, attraversiamo Bahia Nassau fino a costeggiare Isla Wollaston. Purtroppo senza poter tangonare (non abbiamo ancora aggiunto i rivetti per rinforzare la rotaia), dobbiamo fare bordi per evitare la poppa piena. A sud-est di Wollaston, giriamo intorno a Isla Reycinet e andiamo ad ancorare a Caleta Martial, su Isla Herschel. Sono le 22h30, abbiamo percorso 78 miglia. Ancoriamo su 7 mt di fondo sabbioso, buon tenitore, con 80 mt di catena. Domani ci fermeremo qui perché è prevista una sventolata da ovest.
Così è, passiamo tutto il giorno di martedì chiusi in barca, con 50 e passa nodi di vento ed il timore che l’ancora non tenga.


CILE
Ilsa Herschel, Caleta Martial – Isla de Horno – Isla Lennox, Caleta Cutter

23 Gennaio 2019
Coordinate alle 00h00: 55°49,342S – 067°17,690W
Appena il vento da ovest diminuisce d’intensità, alle 05h00 salpiamo. Da Caleta Martial dirigiamo verso il Paso Mar de Sur superato il quale, ci appare Isla de Hornos.  E’ più grande di quanto immaginassimo. Ci sono 20 nodi di vento da nord-ovest. Decidiamo di fare il giro antiorario. Purtroppo il cielo è plumbeo e la visibilità scarsa. Sul lato ovest vediamo dei bei faraglioni, sul lato sud passiamo sotto il capo con il faro e verso la punta sud-est vediamo chiaramente il monumento dedicato ai Cap Horniers, una scultura metallica che rappresenta un grande albatros, poco distante la base dell’Armada che sull’isola svolge un’intensa attività di controllo sul traffico di navi da crociera e barche da diporto che vanno e vengono dall’Antartide. Il vento, che nel frattempo è girato a nord rinforzando, ci dissuade dal tentare lo sbarco. L’unico ancoraggio possibile, Caleta Leon, è precaria da tutti i punti di vista, il fondale è profondo, roccioso e ricoperto di kelp, ed inoltre esposto a nord. In condizioni di calma avremmo potuto sbarcare a due a due, in modo da mantenere un presidio a bordo ma, con le condizioni meteo odierne abbandoniamo l’idea. Inoltre vorremmo cercare di guadagnare miglia a nord e  tornare nel canale di Beagle prima della prossima depressione, particolamente intensa, prevista per dopodomani.
Vista l’impossibilità di risalire con rotta diretta, decidiamo di costeggiare il lato sud di Isla Herschel prima e, successivamente, di Isla Wollaston, poi facciamo un bordo attraverso Paso Mantellero fino ad est di Peninsula Hardy e infine viriamo e con un unico bordo attraversiamo Bahia Nassau in direzione nord-est e raggiungiamo Isla Lennox dove, alle 21h00, dopo aver navigato 109 miglia, quasi tutte di bolina, ancoriamo a Caleta Cutter, sulla punta sud-est. Siamo stanchi morti.

CILE
Isla Lennox, Caleta Cutter – Puerto Williams

24 Gennaio 2019
Coordinate alle 00h00: 55°20,077S – 066°52,071W
Dopo esserci svegliati alle 02h00 per un colpo di vento da sud-ovest, non previsto, che ci fa avvicinare molto alle rocce del lato nord di Caleta Cutter, alle 06h00, approfittiamo della calma per partire.
E’ una bella giornata di sole.
Risaliamo verso nord lungo la costa est di Isla Lennox e poi puntiamo sul canale di Beagle passando a sud di Isla Picton. Inizialmente non c’è vento, poi verso metà mattinata, ricomincia il vento da nord, che in un attimo arriva a 30 nodi. Arranchiamo un po’ fino alla punta nord-ovest di Picton poi, con l’aiuto della trinchetta, riusciamo a precorrere le ultime miglia nel canale di Beagle a vela-motore. Alle 14h00 arriviamo a Puerto Williams e ci ormeggiamo a quella che ormai consideriamo la nostra boa dello YC Micalvi, felici di aver doppiato Capo Horn, il mito di tutti i velisti ma, ancora di più, di averlo fatto senza incidenti!




Grazie a Monica e Danilo per le numerose foto scattate che arricchiscono questo post.

Per continuare a seguire i nostri spostamenti clicca sulla mappa in alto a destra.

mercoledì 2 gennaio 2019

Argentina



Siamo arrivati a Ushuaia, meta tanto attesa di questa parte di viaggio. Ma prima dobbiamo fare un passo indietro.

Le 1500 miglia di navigazione da Guarujà, in Brasile, fino al confine settentrionale della Patagonia argentina hanno avuto più il sapore di un trasferimento che di un viaggio esplorativo. Le tappe sono state dettate dalle condizioni meteorologiche, che più volte ci hanno costretto a soste forzate per il passaggio dei fronti freddi che si susseguono con regolarità lungo la costa meridionale del Sud America.
Ci fermiamo a Portobelo, da dove, con un taxi, raggiungiamo Itajaì per fare le pratiche d’uscita dal paese. La meteo ci costringe ad un’altra sosta poco lontano, a Bahia Pinheira dove, il giorno della nostra partenza, abbiamo il primo incontro con una balena franca australe. Appena usciti dalla baia, in pochi metri d’acqua, la troviamo che si gongola in compagnia del suo piccolo.


Successiva sosta tecnica è Rio Grande che, alla partenza, ci riserva un emozionante shaker da standing waves su basso fondale, condito con un rasetto alla prua di un grosso cargo MSC proprio all’uscita dal canale dove la corrente impazza.
La navigazione fino a Punta del Este è buona e rapida. 


Dopo una notte all’ancora dirigiamo su Piriapolis. Qui facciamo i nostri primi incontri ravvicinati con i leoni marini ad un pelo. Sono enormi, ben più grandi di quelli conosciuti nel mare di Cortéz ed alle Galapagos. Alcuni esemplari pare abbiano eletto il porto a loro dimora durante le giornate di cattivo tempo e dormono al sole, indifferenti alle persone che si avvicinano loro meravigliate. Nemmeno le rimostranze del cane del cantiere riesce a scomporli più di tanto.
 

Da Piriapolis, in Uruguay, dove abbiamo aspettato invano per dieci giorni una finestra meteo buona per risalire il delta del Rio del Plata ed arrivare a Buenos Aires, facciamo rotta su Mar del Plata, ultimo porto prima di entrare in Patagonia.
L’ormeggio allo Yacht Club Argentino è precario, ci incastriamo letteralmente fra due pali con la prua rivolta ad un pontile semi-galleggiante a cui ci attacchiamo alla meno peggio. In bassa marea il fondale è di 2 m. Il bulbo sicuramente sprofonda nel fango.

A Mar del Plata ci raggiungono gli amici Monica e Danilo, che a bordo con noi condivideranno le meraviglie e la difficile navigazione di questa parte di mondo.

Seguono giornate intense di lavoro e preparazione.
Acquistiamo: 440 mt di cime galleggianti, un motore fuoribordo 2 tempi Yamaha 15 CV, 6 taniche di gasolio da 25 lt, una sega ed una spatola tagliente per tagliare il kelp. In falegnameria facciamo tagliare due assi di legno a sostegno delle taniche in coperta, il velaio produce due teli antirollio per cabina ospiti e cuccette dinette e un telo di plastica per raccogliere acqua piovana; in mancanza di meglio compriamo due tappetini di bamboo da spiaggia, da mettere sotto il materasso della cabina ospiti per limitare l’accumulo di umidità. Facciamo il pieno di gasolio con una bettolina della Shell (V Power) acquistata in comunità con altre barche. Riempiamo la bombola del gas e facciamo cambusa (supermercato Carrefour piuttosto scadente, meglio la catena Disco).

Al termine dei preparativi, la prima finestra meteo si presenta subito. In Argentina, ad ogni porto è obbligatorio fare ingresso ed uscita, ed in navigazione comunicare la posizione alla Guardia Costiera (Prefectura). Completata la burocrazia, a mezzanotte del 3 dicembre lasciamo Mar del Plata.

Dopo quattro giorni di navigazione, con una sosta di una notte a San Blas per lasciar passare un fronte freddo, finalmente raggiungiamo il nostro primo vero ancoraggio patagonico, Caleta Horno. E’ un fiordo che dal mare non si vede, l’entrata sembra cieca. Le pareti rocciose sono rossastre, ricoperte di un folto strato di alghe verde brillante sulla linea della marea che ha un’escursione tra i 4 ed i 5 metri. 



L’equipaggio si trova per la prima volta alle prese con quello che viene definito  lo “spider mooring”, qualcosa di simile a quanto si fa in Turchia e Grecia: ancora e cime a terra ma qui, anche di prua.



Caleta Horno, non sappiamo bene da dove abbia preso il suo nome ma, con nostro stupore, fa veramente un gran caldo.
Le escursioni a terra ci rivelano un paesaggio completamente diverso da quanto visto finora, un’ arida distesa infinita, senza alberi, solo bassi arbusti e sporadici cespugli spinosi. L’orizzonte è lontano.



Sembra non esserci anima viva invece, guardando bene, troviamo guanachi, pecore, condor, anatre, una specie di cigno e vari uccelli che non sappiamo classificare; troviamo anche inconfutabili segni della presenza di predatori.  




Mentre Paolo sulla spiaggetta sta sistemando il dinghy, si ritrova a 50 cm dal sedere una solitaria leonessa marina che lo osserva incuriosita.  Si tuffa e riemerge come se volesse invitarci ad andare in acqua con lei.


In effetti, poco distante c’è Isla Leones dove risiede una vasta comunità di leoni marini e di pinguini magellanici. Ci andiamo con il gommone. All’arrivo, i leoni marini giovani e le femmine, spaparanzati sulla spiaggia e sulle rocce, si tuffano in massa in acqua per venirci incontro, mentre i maschi esprimono i loro disappunto con ruggiti profondi. Ci inseguono, giocano fra di loro, ci guardano con curiosità sollevando fuori dall’acqua la testa e parte del corpo, si avvicinano molto, sembra quasi ci vogliano annusare. Risulta subito evidente che le loro intenzioni non sono bellicose. Se volessero ci metterebbero un attimo a capovolgere il gommone. A terra intanto i maschi dominanti continuano a richiamare la comunità ribelle, senza grande successo. 






Soltanto quando ci allontaniamo li vediamo tornare tutti sulla spiaggia.
Da Caleta Horno ci spostiamo a Isla Tova, 12 miglia ad ovest. Sulla grande spiaggia vive una folta comunità di pinguini magellanici. Andiamo a terra, li filmiamo e scattiamo foto, si lasciano avvicinare fino ad una distanza di sicurezza, superata la quale si tuffano in mare. Ci sono anche tante altre specie di uccelli tra cui gli Oyster Catcher che ricordiamo bene dalla Nuova Zelanda, con il becco e gli occhi arancione. Oltre la spiaggia crescono bassi arbusti spinosi. Ci avviciniamo e vediamo che sotto ciascun cespuglio si nasconde un pinguino che cova. Intravediamo anche alcuni piccoli. Altri animali popolano quest’isola, incrociamo un armadillo, e diversi piccoli roditori, che sembrano un incrocio tra uno scoiattolo ed un topo, ma senza coda.









Unica nota fastidiosa di questa visita a terra è la quantità di mosche che a centinaia ci inseguono senza tregua.
Al ritorno in barca diversi pinguini ci accompagnano. La loro nuotata è sorprendente, scivolano veloci sulla superficie del mare saltando fuori come fossero dei delfini.  


Lasciamo a malincuore questo eden e ci avviamo verso Puerto Deseado. E’ una cittadina anonima e piuttosto degradata dal punto di vista architettonico. Le sue attrattive risiedono nella Ria (anticamente un fiume che si è prosciugato nel cui letto il mare risale verso l’interno per 40 km), ricca di fauna, pinguini, leoni marini, delfini, uccelli vari. 10 miglia più a sud, sull’isola Pinguinos risiede una colonia di pinguini dalla cresta gialla, unici esemplari in Sud America.
Da qui partiamo per raggiungere lo Stretto di Le Maire, sulla punta meridionale del Sud America. Questo tratto di navigazione va pianificato con attenzione, in quanto lungo le 500 miglia di costa non ci sono ridossi. Si deve partire con una finestra meteo favorevole, per almeno 4 giorni (piuttosto rara da queste parti). A posteriori possiamo dire di avere avuto fortuna, il vento è sempre stato clemente, anche troppo; a farci tribolare è stata la corrente, a favore con marea calante e contraria con la marea crescente a causa della grande escursione di marea di questa zona (10-12 metri). Con vento e corrente di direzione opposti, la navigazione si trasforma in un giro sulle montagne russe, ci si ritrova in un mare che ribolle in modo disordinato con onde da tutte le direzioni. Ed è in queste condizioni che attraversiamo lo stretto di Le Maire da ovest verso est, per raggiungere l’Isla de Los Estados. Onde di tre metri ed una forte corrente contraria ci fanno arrancare a due nodi per qualche ora. Ma alla fine ce la facciamo e all’imbrunire l’isola appare in tutta la sua maestosità.  


Ancoriamo a Puerto Hoppner, nella baia esterna, con la poppa rivolta alla spiaggia e tre cime a terra.
Il giorno successivo andiamo in esplorazione con il tender nella laguna interna. Lo stretto passaggio che divide le due baie fa impressione. Siamo a mezza marea, misuriamo una larghezza di 14 metri e c’è una forte corrente entrante. Per fortuna il passaggio è molto corto.


La baia interna è incredibilmente bella. Sembra di essere in un lago di montagna, circondati da ripidi pendii. In alto la neve. Il paesaggio cambia a seconda del ciclo di marea. Diversi scogli e isolette appaiono con la bassa, per poi scomparire o lasciare emerso solo qualche ciuffo di vegetazione. Entriamo con la ZoomaX con l’alta marea. Purtroppo i williwaws rendono difficoltosa la manovra per ancorare dietro l’isoletta indicata nella guida. Dobbiamo ripetere l’operazione due volte, Paolo ed Anna in barca, Monica e Danilo sul tender a posizionare le cime sugli alberi. Alla fine siamo comunque soddisfatti. La barca è al sicuro con ancora e sei cime a terra.
 
 
Nei giorni successivi esploriamo la baia con la canoa e facciamo un paio di gite a terra, la prima sul lato est della baia, lasciando il gommone su una spiaggetta che emerge con la bassa marea. Sono indispensabili gli stivali, si cammina su un tappeto muschioso e fangoso che in alcuni tratti è talmente impregnato d’acqua che si sprofonda fino al ginocchio.  Ci arrampichiamo su per la montagna nei pochi tratti in cui la vegetazione apre qualche varco ed arriviamo fin dove la vista, oltre che su Puerto Hoppner si affaccia sul fiordo di fianco, Puerto Parry. 









Dall’alto vediamo anche due laghi nelle vallate sull’altro lato della baia. Ne raggiungiamo uno il giorno successivo, dopo un’ora di camminata tra la fitta vegetazione seguendo le tracce lasciate dagli animali. Pare che nel XIX secolo vennero portati dei cervi sull’isola per fornire cibo ai numerosi naufraghi che approdavano. Le tracce sono effettivamente di animali ungulati.
Il tempo è variabilissimo, a parte il vento che è quasi sempre presente, il cielo cambia continuamente, sole, nuvole, pioggia e grandine si alternano anche 3-4 volte al giorno. La temperatura media è sui 10 gradi.
In barca stiamo bene, con una temperatura di 21 gradi.
Dopo una breve visita il giorno di Natale alla remota base militare di Puerto Parry, dove un presidio di quattro soldati si alterna ogni 40 giorni (sempre che la meteo consenta l’arrivo della barca con il cambio), il 26 mattina partiamo per raggiungere il canale di Beagle.  


La marea dovrebbe iniziare a calare verso le 10:00. Nello stretto di Le Maire, la corrente va verso sud con la marea calante e verso nord con quella crescente. Può raggiungere una forza di 5 nodi nel centro dello stretto e fino ad 8 nodi ai lati. Vicino ai capi se il vento è contrario alla marea si possono alzare onde fino a 10-12 metri. E’ considerato uno dei tratti di mare più pericolosi al mondo.
Le condizioni di vento sono deboli. Quando ci avviciniamo allo stretto constatiamo che la marea è effettivamente favorevole, nel centro del canale raggiungiamo una velocità di 10-11 nodi. Verso Capo Buen Suceso, quando iniziamo a costeggiare la Terra del Fuoco la corrente viene da sud-ovest, rallentandoci pesantemente. A terra il paesaggio non ha le asperità di Isla de los Estados, i rilievi sono modesti, più tondeggianti. Solo sullo sfondo, verso il canale di Beagle, intravvediamo dei picchi innevati.
La navigazione in quest’ultimo tratto di mare aperto è frustrante. Alterniamo vela e motore, assecondando i capricci del vento, che viene da terra molto rafficato, passando da 5 a 30 nodi senza preavviso. Il cielo è plumbeo.




L’ingresso nel canale di Beagle è suggestivo, a dritta la costa della Terra del Fuoco a sinistra prima l’Isla Nueva, poi Isla Picton, infine Isla Navarino. Albatri, pinguini, cormorani in abbondanza. Incrociamo anche diverse balenottere, che vanno in direzione opposta alla nostra. Sono balenottere boreali, fanno 6-7 respiri lasciandoci appena intravvedere la testa ed il dorso e poi si immergono e spariscono.



Prima di arrivare ad Ushuaia, facciamo una sosta ad Harberton, la più antica estancia della Terra del Fuoco, fondata nel 1886 da Thomas Bridges, uno dei pochi uomini che nella storia riuscirono ad instaurare un buon rapporto con i nativi Yàmana, forse l’unico ad imparare la loro lingua. Dedichiamo una giornata alla visita alla tenuta che occupa 22.000 ettari lungo il Beagle, ed è ancora abitata dagli eredi di Bridges. Non si allevano più pecore ma si accolgono turisti e si svolgono attività di ricerca sulla fauna marina. Nell’estancia c’è un piccolo museo, con oltre 3000 esemplari in prevalenza frammenti di cetacei, tutti trovati spiaggiati.
Sono visitabili anche gli edifici in cui si lavorava la lana delle pecore, si costruivano e riparavano piccole imbarcazioni. Raggiungiamo una laguna alla ricerca di castori. Purtroppo loro non si fanno vedere, ma le dighe impenetrabili che hanno costruito confermano senza dubbio la loro presenza. 








Mentre torniamo su ZoomaX a remi con il tender, veniamo scortati da una socievole femmina di leone marino. Sulla riva vediamo anche una volpe.

Da Harberton percorriamo le ultime 35 miglia che ci portano ad Ushuaia, in tempo per festeggiare il capodanno!




Un ringraziamento a Monica e Danilo per le numerose foto da loro scattate, che arricchiscono questo post.

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