Andare per mare, per conoscere la terra



giovedì 3 luglio 2014

Vanuatu





Dopo tre giorni di navigazione con l’aliseo stabile sui 15-20 nodi atterriamo a Port Resolution, sull’isola di Tanna, il nostro primo scalo a Vanuatu, dove ci aspettano gli amici spagnoli di Sikkim.
Questa terra ci conquista fin dal primo momento, per la sua natura incontaminata e la genuinità della sua gente.
La più grande attrazione di Tanna è il suo vulcano, il Monte Yasur.
Dopo aver risalito le sue pendici in macchina, attraversando un paesaggio lunare, fatto di sabbia e rocce nere, percorriamo a piedi gli ultimi 200-300 metri lungo un ripido sentiero. Al tramonto arriviamo sull’orlo del cratere, un buco di circa 300 metri di diametro, da cui esce una densa nube, che si sposta con il vento.




Il Yasur è noto per essere il vulcano attivo più accessibile al mondo. Effettivamente la caldera è proprio li, pochi metri sotto di noi; con la luce del giorno vediamo solo dei fuochi d’artificio ad intermittenza che zampillano dal cratere, impressionante è invece il suono emesso dal vulcano ogni 5-10 minuti: un ruggito così forte e profondo che mette i brividi.


Al calare del buio la caldera si illumina, le bocche attive al suo interno sono due, con la lava incandescente che ribolle e viene sparata sui bordi del cratere a ritmo regolare. Lo spettacolo è indimenticabile.


Sempre a Tanna abbiamo la fortuna di partecipare ad una cerimonia tradizionale.
Seguiamo un sentiero ed arriviamo ad una spianata, dove ci sono 200-300 persone riunite. Le donne e le bambine sono vestite in abiti tradizionali, con decorazioni in testa ed i visi dipinti. Gli uomini stanno disponendo doni per terra; sono tappeti intrecciati di foglie pandano, stuoie e parei, tuberi, rami di canna da zucchero, pesci, e tanto altro. Anche alcuni maiali vivi, legati per le zampe, vengono trasportati al centro dell’arena ed ammazzati a bastonate in testa.
La gente è molto rilassata, chiacchiera, ride, mangia; i bambini giocano. E’ chiaramente un giorno di festa. Anche noi veniamo coinvolti dall’atmosfera, le donne ci raccontano volentieri che queste cerimonie si svolgono in tutte le occasioni in cui c’è qualcosa da celebrare: i matrimoni, le circoncisioni, i funerali.
A un certo punto cala il silenzio ed i capi villaggi iniziano a parlare. Uno alla volta vanno nel centro dell’arena e fanno un discorso. Sostanzialmente in queste occasioni si stabiliscono le relazioni di buona convivenza tra i villaggi e si dipanano eventuali divergenze. Al termine dei discorsi inizia lo scambio dei doni, e subito dopo cominciano le danze, gli uomini in cerchio al centro e le donne intorno con i bambini. Tutti cantano e ballano battendo mani e piedi, senza alcuno strumento musicale. Ci rimane impresso il rumore dei piedi che risuona forte su questa terra vulcanica.
Noi siamo ospiti graditi, ma in definitiva tutti sono piuttosto indifferenti alla nostra presenza. Osserviamo tutto questo abbastanza sbalorditi e senza parole. E’ così autentico, spontaneo, primitivo, non eravamo preparati a fare un balzo così improvviso  in un altro mondo.





I doni vengono offerti



e ricevuti



Infine iniziano le danze



Al termine della cerimonia una coppia di australiani, ancorati con la loro barca vicino a noi e presenti alla cerimonia, inizia la ditribuzione di occhiali da vista. Ne hanno raccolti migliaia di paia tramite i Lions di Brisbane, ed ora li regalano a tutti coloro che ne hanno bisogno. La fila si fa presto lunga. Il processo è semplice, a ciascuno viene dato un foglio da leggere con le scritte di diverse dimensioni, proprio come dall’oculista, per capire la gradazione necessaria, e di conseguenza si assegna un paio di occhiali adeguato. Il sorriso che le persone manifestano nel momento in cui riescono a vedere bene, esprime tutta la loro gratitudine.
Una gran bella iniziativa!



Ci trasferiamo a Port Vila, la capitale di Vanuatu. La città è trafficata, caotica e poco interessante dal punto di vista archittetonico, ma ben fornita di generi vari di consumo ed alimentari, decisamente meglio delle città fijiane. L’eredità della passata cogestione anglo-francese è sotto i nostri occhi. Ci sono bistrot e pub ben mescolati, le boulangeries si alternano ai fish & chips, tutte le insegne ed i cartelli sono scritti sia in francese che in inglese.
In realtà il Condominium, così vengono ricordati gli oltre 70 anni in cui inglesi e francesi governarono insieme a Vanuatu, dal 1906 al 1980, non è stato un esempio da seguire. Infatti riuscirono a mettersi d’accordo su niente e tutte le istituzioni furono duplicate: due sistemi legislativi, due polizie, due sistemi scolastici, etc.

Ci fermiamo a Port Vila un paio di giorni, e ne approfittiamo per fare cambusa e ottenere il permesso di navigazione per le isole settentrionali del paese.


Paolo aspetta Anna, in dogana da 2 ore!
Il mercato ortofrutticolo merita una menzione, resta aperto 24 ore su 24, di giorno animato, pieno di gente e di colori, di notte tutto illuminato ma deserto di clienti, con tutti i venditori che dormono sdraiati sulle stuoie dietro ai loro banchi pieni di frutta e verdura.




Oggi a Vanuatu ci sono 3 lingue ufficiali: l’inglese, il francese ed il bislama,  un idioma pidgin che si è evoluto dall’inglese. Tuttavia i Ni-Vanuatu tra loro parlano il dialetto indigeno, che è diverso da villaggio a villaggio. 
La buona eredità di questo pasticcio dell’epoca coloniale, è che tutti parlano bene inglese e/o francese.


Questo cartello è in bislama. La sua origine inglese è inequivocabile:
'Don’t be afraid to talk, take the first step and talk about HIV, you can make one good thinking about your life and your family.
You’ve got one life, no more
And you must not be spoiled by sex'

Continuiamo a navigare verso nord, sempre insieme ai nostri amici Pol ed Inaki, che sono stati raggiunti dalla mamma di Inaki, Maity e la sua amica Ana.

Sikkim sotto spi
Ad Epi abbiamo la grande fortuna di vedere un dugongo, mammifero in estinzione. Viene in superficie a respirare, proprio di fianco a ZoomaX. Ci buttiamo subito in acqua e lo seguiamo. Sta mangiando il sottile strato di alghe che ricopre la sabbia. Viene chiamato ‘vacca di mare’, effettivamente pascola... in fondo al mare!



Al suo seguito decine di tartarughe


Visitiamo alcuni villaggi e in uno di questi, sull’isola di Ambrym, veniamo invitati ad un matrimonio, anzi sono due coppie a sposarsi.
Anche in questo caso i doni non mancano.


Ecco la prima sposa, con le donne della sua famiglia

La sposa con la ghirlanda di fiori ed il talco nei capelli
E la seconda, che riceve in dono l'immancabile maiale, ammazzato ai suoi piedi



Noi regaliamo agli sposi un barracuda, pescato in navigazione la mattina stessa. Viene molto apprezzato. Non avremmo mai immaginato di presentarci ad un matrimonio con un pesce come regalo di nozze!

A Pentecoste vediamo le famose torri da cui giovani uomini si lanciano nel vuoto legati con delle liane alle caviglie, da un’altezza di 30 metri. Una versione primitiva del bungee jumping. E’ una tradizione antica. I documentari  della BBC attribuiscono a questa impresa pericolosa un significato simbolico di buon auspicio per il raccolto dello yam.  Le persone con cui parliamo in realtà ci dicono si tratta di un gioco, la vera motivazione che li spinge a saltare dalle torri è il divertimento, nient’altro. I land diving, o n’gol avvengono tra aprile e giugno, quando le liane sono elastiche. Siamo a fine stagione; non assistiamo a nessuna esibizione.





Anche il mare ci regala emozioni. Ci immergiamo a The Wall, così battezzato dagli amici di Malaika5, che scoprirono questa parete nel 2009, e oggi ci forniscono le coordinate precise per arrivarci. L’acqua è limpida, il pesce abbondante - tonni, squali, aquile di mare, dentici, cernie - e il corallo ricco.  Non si può desiderare altro durante un’immersione. Grazie Paolo!



Nei prossimi giorni visiteremo le isole più settentrionali del paese, gli arcipelaghi di Banks e Torres, poi partiremo per la Papua Nuova Guinea.
Lasciamo Vanuatu a malincuore. 


Un grazie all’equipaggio di Sikkim, che ha condiviso con noi le sue immagini, ed è l’autore di alcuni scatti di questo post.

Seguite i nostri spostamenti cliccando sulla mappa ‘Dove siamo’, in alto a destra

sabato 21 giugno 2014

Fiji: Yasawa

Prima di lasciare Fiji abbiamo visitato ancora le Yasawa, gruppo di isole all’estremo ovest del paese. Queste ci sono piaciute molto per i loro contrasti: l’accostamento di rocce scure e sabbia bianca, l’alternanza di picchi a strapiombo e spiagge chilometriche, di zone turistiche con altre completamente deserte.






Un omaggio agli ex colleghi di Anna
Anche la ricchezza del mare è notevole, i reef hanno una varietà di corallo duro e molle non ancora vista in Pacifico.




































Ora siamo a Vanuatu, una terra che ci ha dato un benvenuto ..... esplosivo


A breve i racconti su Vanuatu, nel frattempo seguite i nostri spostamenti cliccando sulla mappa ‘Dove siamo’, in alto a destra

martedì 27 maggio 2014

Fiji


La più bella spiaggia mai vista!
Si trova alle coordinate 16°44S 179°6W, sull’isola di Wailagilala, a nord delle Lau, arcipelago ad est di Fiji.
In questo posto da sogno arriviamo dopo una traversata di quasi otto giorni dalla Nuova Zelanda, in cui abbiamo buone condizioni di vento, salutiamo gli albatri che ci accompagnano fino ai 28 gradi di latitudine, ci godiamo il graduale aumento della temperatura, facciamo il nostro record di percorrenza nelle 24 ore, 217 miglia, e ..... soffriamo il mal di mare!
Scegliamo Savusavu come porto d’ingresso dove sbrigare le formalità doganali di entrata a Fiji. I funzionari vengono a bordo uno alla volta, Health (quarantena), poi Biosecurity e infine Customs e Immigration. Sono tutti molto accoglienti e professionali. Dopo una mezza giornata siamo ‘liberi’ di scendere a terra. Savusavu è una piccola cittadina animata e allegra. La popolazione è multirazziale, una buona metà indiani, immigrati ai tempi del colonialismo inglese, gli altri sono nativi e poi c’è una minoranza di arabi e di cinesi.
Dopo due giorni di riposo ripartiamo alla volta delle Lau con rotta Wailagilala. Siamo attratti dalle immagini satellitari di Google Earth che mostrano questa piccola isola che si affaccia su una laguna circondata dalla barriera corallina e con un’unica pass di accesso. La nostra è una scelta inconsueta, infatti non è una destinazione abituale delle barche. Non troviamo alcuna informazione sulle guide nautiche, né sui siti/blog di altri giramondo. 


Dopo una notte di navigazione, avvistiamo la pass d’ingresso verso le 11 del mattino.  Nessun problema ad entrare nella laguna, il sole è alto e la pass larga e profonda. L’isola è ancora più bella di quanto ce la immaginassimo. Non c’è nessuno, solo una casetta di legno sulla spiaggia, chiusa. Sbarchiamo e vediamo i segni di ruote che dalla spiaggia seguono una pista verso l’interno dell’isola. La seguiamo e arriviamo ad una piccola casa. E’ chiaramente abitata, ma nessuno risponde ai nostri richiami. Torniamo alla spiaggia e la percorriamo tutta fino alla punta sud-est, camminando accompagnati da una nuvola di uccelli che ci volano sulla testa: fregate, sule, sterne.

Raccogliamo qualche cocco e quando stiamo per tornare in barca ci raggiunge un signore fijano. E’ molto gentile e ha voglia di chiacchierare. E’ il guardiano dell’isola e da 4 anni vive qui con la moglie; non c’è nessun altro in quanto Wailagilala è di proprietà di un australiano, che però non viene mai. I loro contatti con ‘il resto del mondo’ sono sporadici, ad esclusione di una nave che porta loro rifornimenti una volta al mese. Una vita difficile da immaginare!

La nostra seconda tappa è a Vanua Balavu, l’isola più grande delle Lau. Ci ancoriamo davanti al villaggio di Daliconi. A Fiji, in particolare nelle isole remote, è consuetudine recarsi dal capo villaggio, per rendere omaggio e chiedere il permesso di restare sul suo territorio, frequentare il suo villaggio, e pescare nelle sue acque. La tradizione vuole che si porti in dono un mazzo di kava, la radice di una varietà locale di pianta del pepe, dalla quale si ricava un bevanda che ha un aspetto poco invitante, sembra l’acqua di una pozzanghera, il sapore è piccante e dopo qualche sorso le labbra e la lingua perdono di sensibilità. Bevuta in grandi quantità la kava porta un senso di benessere e di rilassamento. Noi ci siamo fermati prima di provarne gli effetti benefici.....


Nel villaggio di Daliconi vivono 142 persone, in casette di legno, senza cucina (li vediamo cucinare sul fuoco a legna). Hanno la luce elettrica solo dalle 6 alle 8 di sera, quando viene acceso il generatore. Tutto in un contesto molto pulito ed ordinato e all’interno di un meraviglioso giardino tropicale, con enormi manghi, piante del frutto del pane, frangipane, e arbusti fioriti ovunque.
 



I bambini sono una trentina e vanno tutti a scuola. Parlano bene inglese. Gli abitanti con cui veniamo in contatto sono molto accoglienti se pur riservati e timidi. Vivono di quel poco che coltivano (tuberi, banane, papaie, e poco altro), di pesce, polli e uova. Sono molto orgogliosi della loro vita al villaggio e ci dicono che non la cambierebbero per nulla al mondo con quella di città.

Sono contenti di darci il benvenuto, siamo i primi visitatori dell'anno! 


Qui ci raggiungono gli amici Monica e Luigi, con un piccolo aereo che atterra su una pista in erba.
 

Ci trasferiamo subito a Bay of Islands..... l’origine di questo nome è indubbia




Un insieme di centinaia di isole, isolette, e formazioni rocciose che spuntano dall’acqua come funghi. Ci chiediamo come possa crescere la vegetazione su questi scogli.
Gironzolando con il tender scopriamo decine di anse nascoste e di piscine naturali.



È un posto davvero speciale. Non avevamo ancora mai visto un contesto geologico di questo tipo.

Sbarchiamo anche su una piccola spiaggia


che si rivela essere bifronte

Lato sud

Lato nord
Una parte di Bay of Islands vista dall’alto
La meteo purtroppo prevede il passaggio di una brutta perturbazione, quindi decidiamo di ridossarci a Bavatu, baia molto protetta, considerata un hurricane hole.
 

ZoomaX a Bavatu
Abbiamo il tempo di farci un giro a terra. Visitiamo lo YC (Royal Exploring Isles Squadron Yacht Club), graziosa struttura, dal nome altisonante, che in realtà è in disuso da qualche tempo.



Facciamo anche una passeggiata attraverso vallate disboscate adibite a pascolo. Il paesaggio è quasi surreale. A Paolo fa venire in mente il set di Jurassic Park ma, ci sono solo cavalli, vacche e pecore.



Dopodiché 3 giorni chiusi in barca!
Veniamo investiti da violenti groppi, con pioggia a secchiate; un colpo di vento  particolarmente forte si infila nella baia, da ovest verso est e ZoomaX gira di 180°, avvicinandosi pericolosamente al reef. Salpiamo immediatamente, con visibilità nulla. Ci portiamo sul lato ovest della baia, e ci attacchiamo ad un gavitello del YC. Incerti sulla sua tenuta, per stare più tranquilli, caliamo anche l’ancora.
Meno male che questa baia è considerata un hurricane hole... dopo quello che è successo, non vorremmo proprio trovarci qui in occasione di un uragano!!!
 

Quando le condizioni meteo finalmente ci consentono di ripartire, affrontiamo 350 miglia di navigazione, quasi tutte di bolina per raggiungere l’arcipelago delle Mamanuca, sul lato ovest di Fiji.

Per fortuna abbiamo una buona scorta di pesce, infatti a Vanua Balavu, nel giro di un paio giorni, abbiamo pescato due begli sgombridi, uno di 4-5 kg e l’altro di 7-8 kg; in francese lo chiamano thazard rayé, il nome scientifico è Scomberomorus commerson. In taliano non lo sappiamo..... comunque la carne ha un’ottima consistenza ed un gusto delicato!
 

Luigi si cimenta nella preparazione del pane, impasta, impasta, impasta...


Alle Mamanuca facciamo una prima tappa a Musket Cove, baia con yacht club che fornisce comode boe a cui ormeggiare. Il cambiamento di paesaggio rispetto alle Lau è brusco: vi sono parecchie barche e siamo circondati da resort! Andiamo a visitarli, uno dopo l’altro, passeggiando sulle loro spiagge, riposando sulle amache. 



Attraversiamo anche la pista di atterraggio per gli aerei, facendo ben attenzione alle istruzioni...
 

La bassa marea ha il suo fascino.


 Il giorno dopo, felici di ripartire, decidiamo di cercare un’isola più vicina ai nostri gusti e la troviamo.





A Navadra, la più settentrionale delle Mamanuca, ancoriamo in quella che doveva essere la caldera di un antico vulcano. La spiaggia è da protocollo, come direbbe Monica, l’acqua limpida e il corallo ricco.
Ci godiamo un tramonto dai colori un po’ sospetti ...



Ciao Monica, ciao Luigi, siamo stati bene. Speriamo di rivedervi presto a bordo di ZoomaX.