Andare per mare, per conoscere la terra



domenica 4 gennaio 2015

Thailandia

La varietà di bellezze locali è notevole




















Anna è affascinata da tali meraviglie, ma soprattutto da lui, il più bello di tutti!




La città di Bangkok ci piace. E’ una metropoli divertente, caotica, multirazziale, che si estende attorno ad un centro moderno, pieno di grattacieli e centri commerciali, circondato da quartieri popolari e residenziali, e più all’esterno da baraccopoli; il fiume che attraversa la città è animato e trafficato, il centro storico ricco di templi e palazzi maestosi. La circolazione stradale è convulsa, ma per fortuna la città è servita sia dalla metropolitana, sia dallo skytrain, un linea sopraelevata che corre sopra le principali arterie stradali. Ci si può spostare anche con i taxi, le moto-taxi ed i tuk tuk, ma in quel caso bisogna prevedere di fare il giro di tutti i parenti ed amici commercianti dell’autista, prima di essere portati a destinazione.




 Le dita dei piedi del Buddha sdraiato, viste da sopra

 e da sotto



La famiglia reale è molto amata



Vista dal Moon Bar, sul tetto del Banyan Tree Hotel, 61esimo piano




All’ arrivo a Bangkok ci rechiamo presso l’ambasciata indiana per fare il visto, necessario per visitare le isole Andamane, prossima tappa del nostro viaggio.
Siamo con gli amici Luana, Romano ed il loro coequipier Tim. Quando entriamo negli uffici del Indian Visa and Passport Application Center, non sappiamo che ci aspetterà una giornata lunga, in cui la nostra pazienza verrà messa a dura prova.
Di seguito descriviamo la procedura, che potrà essere utile ad altri navigatori.
È necessario innanzitutto compilare un modulo on-line sul sito https://indianvisaonline.gov.in/, uno per ciascun passaporto.
Ci si dovrà poi recare all’ambasciata indiana con 2 copie dei seguenti documenti:
- stampe del modulo compilato online
- passaporti
- fotografie 2” x 2”
- documenti di registrazione della barca
- visto d’ingresso in Thailandia
Fino a pochi mesi fa ci si poteva appoggiare ad un agenzia per il rilasco del visto, ma da maggio 2014 è obbligatorio andare personalmente, in quanto verranno prese le impronte digitali.
All’ambasciata la procedura per depositare la richiesta di visto è disorganizzata, o meglio sconclusionata; si deve prevedere di perdere almeno mezza giornata di code a diversi sportelli.
Infine ci vorranno 6-8 giorni per il suo rilascio e potrà essere ritirato personalmente o spedito. Noi abbiamo fatto inviare il passaporto con il visto a Phuket, dove ci troviamo con la barca. Il costo è di 2.250 Baht a testa + 230 Baht per la spedizione.

Romano, Anna e Luana esultanti all'uscita dall'ambasciata

La sera della vigilia di Natale ritorniamo su ZoomaX, che abbiamo lasciato al Yacht Haven Marina di Phuket e, in attesa di ricevere i visti, partiamo con gli amici di A Go Go e di Filopré per fare un giro a Ao Phang Nga. E’ un grande golfo costellato di isolotti di roccia calcarea con alti faraglioni. Ricordano quelli di Capri, ma ricoperti di vegetazione. L’acqua è verdastra, poco invitante al bagno, ma dalla tonalità sgargiante; la prima tappa è Ko Phanak, dove visitiamo una grotta (hong)  che percorriamo con il gommone a remi, illuminando il buio pesto con le nostre torce. Sulla pareti ed il soffitto crescono decine di stalattiti, tra le quali dormono centinaia di pipistrelli. Sono puzzonissimi, impestano l’aria con un odore di minestrone ascellare. Al fondo vediamo uno spiraglio di luce, c’è un passaggio che porta ad un lago interno, ma la marea è troppo alta per riuscire a varcarlo con il gommone. All’uscita vediamo un macaco sulle rocce a pelo d’acqua a caccia di granchi. In cielo volteggiano decine di aquile.
Poi ci spostiamo a Ko Yang, vicino a Ko Tapu, più nota come James Bond island per essere stata il set di un vecchio 007 – L’uomo dalla pistola d’oro. Qui facciamo dei bei giri con il gommone, intorno a Ko Rayahring, infilandoci in lunghi canali di mangrovie, grotte ed anfratti scavati nelle rocce calcaree.
L’isolotto di James Bond, Ko Tapu, è stata trasformato in una mercatino per turisti, perdendo così molto del suo fascino.

ZoomaX in navigazione a Phang Nga
A Go Go al tramonto

L'equipaggio di A Go Go a James Bond Island




 

In precedenza, durante le risalita della costa thailandese, arrivando dalla Malesia, abbiamo anche visitato le due isole Phi Phi Leh e Phi Phi Don, la prima famosa per Maya Bay, meglio conosciuta come 'The Beach', per l’omonimo film, una baia spettacolare, profonda, circondata da alte scogliere a picco. La seconda, Phi Phi Don, tristemente nota per il devastante tsunami del 2004, che qui provocò oltre 2.000 vittime. Passeggiando nel paese, completamente ricostruito, è inevitabile pensare a quella immensa tragedia, di cui ricorre  proprio in questi giorni il decimo anniversario.

Ora ci troviamo a Ao Chalong, dove ci dedichiamo agli ultimi preparativi prima della partenza per le isole Andamane. Se la meteo sarà favorevole, si salperà a fine settimana.

Seguite i nostri spostamenti cliccando sulla mappa ‘Dove Siamo’ in alto a destra.

giovedì 18 dicembre 2014

Malesia - Lavori in corso


Il faro di Telaga, nostro ultimo scalo malese, prima di partire per la Thailandia. 

Ma prima di ricominciare a goderci questi bei tramonti, facciamo un pit stop, durante il quale la vista, molto meno poetica, è questa...


Sembra di aver lasciato ieri il cantiere di Whangarei, in Nuova Zelanda, ed eccoci di nuovo con la barca in secca, questa volta a  Langkawi, in Malesia.
Effettivamente sono passati solo 9 mesi, ma abbiamo fatto tanta strada, oltre 9.000 miglia, e l’antivegetativa autolevigante... si è fin troppo levigata! Inoltre, se guardiamo avanti ci aspetta la traversata di un altro oceano, l’Indiano, senza possibilità di fare grandi soste; quindi meglio portarsi avanti, fare un controllo generale, revisionare il motore ed il generatore, riparare i piccoli danni rimediati quest’anno, cambiare gli anodi, la batteria del motore, ridare un paio di mani di antivegetativa all’opera viva, e poi... come sempre la lista non finisce mai, per la regola del ‘già che ci siamo’!




Scegliamo il marina di Rebak, su una piccola isola privata dell’arcipelago di Langkawi, quasi al confine con la Tailandia, per la sua sicurezza e per l’ordine e la pulizia che ci fanno una buona impressione fin dal primo approccio. A consuntivo possiamo dire che è il posto ideale per un cantiere veloce, che richieda solo ordinaria manutenzione, perché appena si esce dal seminato, non si trovano ricambi, bisogna ordinare tutto all'estero, con tempi lunghi e prezzi elevati. Oltre al marina, che ha circa 200 posti barca in acqua, e 70 in secca, sull’isola c’è un resort, le cui strutture, piscina, bar, ristoranti, etc. sono a disposizione... in realtà le sfrutteremo poco. Preferiamo darci dentro e finire i lavori in fretta.



E così facciamo, dopo 5 giorni la barca è di nuovo in acqua!
Finalmente anche il clima è cambiato, dopo tanta pioggia e caldo umido soffocante, senza un filo d’aria, da qualche giorno è arrivato il monsone secco di nord-est.
ZoomaX è pronta, la cambusa piena, e noi entusiasti di ricominciare a navigare ed andare in Thailandia dove raggiungeremo gli amici di Agogo per festeggiare  insieme l’arrivo del 2015.

Forse proprio perché ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno, lo stiamo ripercorrendo mentalmente. Un 2014 intenso, pieno di contrasti.
E’ stato l'anno in cui abbiamo visto i posti che ci hanno maggiormente colpito, ma anche quelli che ci hanno in parte deluso. Abbiamo vissuto i rapporti  più toccanti con le popolazioni locali, mentre in altri casi non siamo riusciti ad entrare in sintonia con loro. Abbiamo nuotato nei mari più belli visti finora, ma trascorso anche intere settimane senza mettere un piede in acqua. Abbiamo fatto le più belle veleggiate di questo viaggio, ma anche le più lunghe smotorate.  Di tutti questi contrasti lo spartitacque è stato lo Stretto di Torres, che separa l’Oceano Pacifico dall’Indiano.

Ma andiamo per ordine.
A febbraio siamo in Nuova Zelanda, un paese che ci affascina per la sua capacità di integrare civiltà e ‘wilderness’.
A maggio a Fiji ritroviamo i tropici, i suoi colori, il suo calore ed il piacere della vita in mare.
A giugno scopriamo Vanuatu, e ci conquista, per la sua natura incontaminata e la genuinità della sua gente. Man mano che risaliamo l’arcipelago verso nord, le isole sono sempre più selvagge, il mare di un blu incredibile, i villaggi remoti, la gente vive di ciò che coltiva, alleva o pesca. Il denaro qui vale per quello che è: un pezzo di carta! E anche noi, dopo un primo momento di incertezza, cominciamo a procurarci il cibo con il baratto, e grazie al mare che è ricchissimo e ci regala pesci in abbondanza.
Ancora più remoti sono i villaggi delle Luisiadi, in Papua Nuova Guinea, dove ci fermiamo a luglio. In queste isole, quando riusciamo ad abbattere il muro della diffidenza, il contatto con la gente è coinvolgente. Si apre un mondo dove l’ essenzialità è sinonimo di felicità... ed è inevitabile qualche riflessione sulla vita che conduciamo a casa nostra! Ma capiamo anche che i confronti non hanno senso.
Ad agosto ci lasciamo alle spalle l’Oceano Pacifico ed arriviamo in Indonesia. Il primo impatto con il sud-est asiatico è traumatico: a cominciare dal mare, che perde i colori e la trasparenza a cui eravamo ormai abituati, e dai suoi abitanti, pesci e cetacei, che non si fanno più vedere. Quando ci avviciniamo alle coste ci colpisce la quantità di pescherecci che sfruttano sistematicamente ogni miglio quadrato di mare, e sulle spiagge camminiamo tra la spazzatura, trasportata dal mare. Quando arriviamo a Bali la causa di questo cambiamento radicale di ambiente ci risulta subito evidente: è la quantità di gente che popola questa zona di mondo.
Ci facciamo comunque coinvolgere da questo caos, e a fine agosto e settembre andiamo alla ricerca di alcuni gioielli indonesiani: Il parco di Komodo, con i suoi draghi e le sue acque ricche di corallo; le isole Gili, a Lombok che seppur turistiche mantengono un’atmosfera autentica ed ecologista; i templi e le risaie di Bali, dove finalmente si respira aria di Asia!
Apprezziamo ma non ci entusiasmiamo. Manca qualcosa, pensiamo sia il contatto con le gente del posto, che non riusciamo ad ‘agganciare’, con cui non riusciamo ad andare oltre la relazione turista-fornitore di servizi, forse per mancanza di tempo, forse perché non ritroviamo la spontaneità ed il calore delle popolazioni del pacifico.
Il mese di ottobre è il più duro di tutto l’anno. Navighiamo per settimane a motore nelle calme equatoriali, tra Indonesia, Singapore e Malesia. Il caldo è soffocante, il mare inaccessibile per via della sporcizia, la navigazione impegnativa a causa del traffico intenso di mercantili e petroliere. In compenso la Malesia si rivela un paese ben organizzato e dotato di buone infrastrutture; da qui la scelta di fermarci durante il mese di novembre per preparare noi e la barca alla lunga traversata dell’Oceano Indiano che ci aspetta nel 2015.



Auguri!

mercoledì 26 novembre 2014

Malesia - Curiosità

A Malacca abbiamo incontrato i risho più kitsch mai visti. Questi mezzi di trasporto vengono utilizzati oramai solo più per i turisti che, volendo, possono optare  per l’accompagnamento di un’assordante colonna sonora trasmessa da rustici impianti stereo.


C’è chi cerca d’attribuire al proprio mezzo la marca del suo cuore.


Sempre a Malacca, attraversando il ponticello che porta a Chinatown abbiamo visto nuotare nelle torbide acque del fiume, un bel esemplare di varano, per nulla preoccupato dai natanti per turisti che lo percorrono o dalla gente come noi che, non lontano, lo osservava.


Ha perfino potuto approfittare di una facile preda, un pesce morto, nel suo percorso attraverso il fiume.


Abbiamo potuto vedere le stesse acque frequentate da un umano, questa volta, che ne setacciava il fondo alla ricerca di... non abbiamo capito che cosa


persino un piccolo varano lo osservava incuriosito


Tra le viuzze del quartiere cinese ci siamo imbattuti in un’insegna che ci ha riportati con la mente a letture di qualche tempo fa


A George Town invece, abbiamo constatato che i risho sono molto più sobri


mentre le attività imprenditoriali locali si spingono verso lidi interessanti...


Il quartiere indiano, invece, ci propone insegne dai significati incomprensibili ma che, per assonanza, ci riportano al dialetto piemontese


I colori dei negozi di spezie ci conquistano


i loro contenitori... un po’ meno.


giovedì 6 novembre 2014

Malesia

ZoomaX all'alba a George Town
Lunedì 20 ottobre lasciamo l’Indonesia e cominciamo la difficile navigazione nello Stretto di Singapore prima ed in quello di Malacca poi.
Questa zona era tristemente nota, fino a pochi anni fa, per i numerosi atti di pirateria. Gli sforzi congiunti di Singapore e Malesia hanno diminuito il fenomeno, pur non avendolo ancora smantellato. Questa è la mappa aggiornata degli eventi occorsi nel 2014.


IMB Piracy & Armed Robbery Map 2014


Affrontiamo quindi questo tratto di mare con un po’ di apprensione.

A posteriori possiamo dire che la pirateria si è rivelata essere l’ultima delle nostre preoccupazioni. Durante le oltre 400 miglia percorse lungo la costa occidentale della Malesia, i nostri maggiori problemi sono stati:
- centinaia di navi porta-container e petroliere tra le quali slalomare,
- impressionante quantità di spazzatura, tronchi galleggianti e isole di alghe derivanti da evitare
- reti da pesca mal segnalate, anch’esse da evitare
- totale assenza di vento che ci ha costretto a 62 ore di motore su 65 di navigazione
- corrente spesso contraria, a volte neutra, raramente a favore.
- caldo torrido e umido, senza un attimo di sollievo
- mare non godibile... in questa zona è torbido ed ha il colore di una vernice verde muschio
 




 
ZoomaX nello stretto di Singapore circondata dalle navi (triangoli grigi)

La somma di queste difficoltà ci induce a navigare solo di giorno. Al tramonto troviamo sempre degli isolotti a ridosso dei quali ancorare oppure dei marina dove ormeggiare. Ne approfittiamo così per visitare due città che hanno rappresentato il cuore del colonialismo in oriente: Malacca e George Town.

In realtà la città di Malacca è moderna, dell’epoca coloniale è rimasto solo un quartiere storico che conserva i resti di una fortezza e di una chiesa portoghesi costruite nel ‘500, e qualche edificio dell’epoca olandese del ‘600. Dall’altra parte del fiume navigabile c’è Chinatown, quartiere animato, pieno di ristorantini ed antiquari, ognuno in una sequenza di edifici bassi, l’uno diverso dall’altro




 






George Town si trova circa 200 miglia più a nord, sull’isola di Penang del cui stato è capitale.
Ci arriviamo all’imbrunire, dopo essere passati sotti due ponti. Il nostro albero è alto 22 metri, i ponti hanno una luce tra i 28 ed i 32 metri (le informazioni sono discordanti) ma visto da sotto fa impressione... fino all’ultimo momento sembra di non passarci. Ancoriamo di fronte al centro coloniale di George Town al buio, sullo sfondo le luci di decine di grattacieli.
Il giorno dopo scendiamo a terra, in visita al centro coloniale, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Lasciamo il tender in testa al Chew Jetty, l’antico pontile del clan Chew, il quale si sviluppa in mezzo ad una fila di case su palafitta, tuttora abitate. George Town, a differenza di Malacca, ha conservato una gran quantità di edifici del periodo coloniale. Decidiamo di vagare senza meta e ci perdiamo nelle viuzze del quartiere cinese, passeggiamo sotto centinaia di lanterne rosse, entriamo nei negozi di tè, osserviamo gli artigiani lavorare nelle loro minuscole botteghe, poi il profumo di spezie ci attira nel quartiere indiano, sprofondiamo il naso nei secchi di plastica pieni di curry dai colori sgargianti, curcuma, bastoncini di cannella di tutte le dimensioni, peperoncini piccanti, chiodi di garofano, e poi lenticchie gialle, verdi, rosse, fagioli di tutte le specie e dimensioni.
 












A George Town incontriamo Luana e Romano, anche loro in giro per il mondo con Agogo, un Amel Super Maramu. E’ da un anno che ci scriviamo e finalmente ci conosciamo. 
 

   
Insieme partiamo per Langkawi


Noi ci fermeremo lì per qualche settimana. Lasciamo ZoomaX nel marina di Rebak per fare un salto in Italia a salutare parenti ed amici.
 


Nel frattempo guardiamo avanti: il timore della pirateria somala ci pone un grande dilemma sulla rotta da percorrere per raggiungere il Mediterraneo, via Mar Rosso o via Sud Africa. Decisione importante, da valutare attentamente. 

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